Tutti hanno diritto a vivere una serena sessualità e le persone con problemi fisici o mentali non fanno eccezione: la disabilità – diversamente da ciò che molti sono abituati a pensare – non sopprime le pulsioni che appartengono, indistintamente, a ogni individuo. Per questo in diversi Paesi europei esiste la figura dell’assistente sessuale, che aiuta le persone disabili a vivere gioiosamente e naturalmente i loro desideri e la loro intimità. Non si tratta soltanto di un supporto di tipo carnale/meccanico, ma di un’assistenza completa (anche di tipo emotivo e affettivo) che permette alla persona che la richiede di assaporare ogni sfumatura del rapporto a due. Per incoraggiare e far conoscere il ruolo dell’assistente sessuale anche in Italia, Max Ulivieri ha fondato il Comitato per la promozione dell’assistenza sessuale creando, a supporto, il sito Lovegiver, nel quale è possibile trovare diverse informazioni relative all’argomento.

judith areggerPer capire più da vicino in cosa consiste questo tipo di assistenza, abbiamo deciso di parlarne con Judith Aregger, che dal 2009 esercita la professione in Svizzera, uno dei Paesi europei (insieme a Belgio, Olanda e Scandinavia) in cui è regolamentata. «Non c’è una sessualità delle persone disabili, ma delle persone, degli individui, con le loro storie, il loro vissuto, le loro esperienze, capacità e difficoltà», ha precisato a SexTelling.

DOMANDA: Per lavorare come lovegiver è necessaria una formazione particolare?
RISPOSTA: Per poter essere accettati nelle istituzioni per persone disabili o anziane, è di frequente richiesta una formazione. Non c’è, però, alcun obbligo di tipo legale.
D: In generale, quali sono le caratteristiche che un buon assistente sessuale deve avere?
R: Deve avere minimo 25 anni, una certa esperienza sessuale personale, essere dotato di empatia (ma non troppo), ed essere altruista. Deve avere pazienza, una buona relazione col proprio corpo e deve fare l’amore con piacere. È necessario, inoltre, che sia in grado di gestire situazioni inattese, avere fiducia nelle sue intuizioni, essere sé stesso ma allo stesso tempo essere sempre pronto a rimettersi in discussione. Deve infine avere coraggio e amare la diversità umana, quindi non sentire la necessità di nascondere l’attività che svolge alle persone vicine.
D: Come è regolamentato il lavoro?
R: Si lavora da indipendenti, si pagano le tasse e l’assicurazione sociale come tutti.  Lo statuto dell’assistente sessuale, a eccezione di Ginevra, è associato a quello sulla prostituzione, legale in Svizzera dagli Anni ’40: ogni cantone ha il suo regolamento sull’esercizio dell’attività.
D: Cosa l’ha spinta a fare la lovegiver?
R: Ho lavorato per nove anni in un ‘salone di massaggi’ e conoscevo già le difficoltà intime degli uomini senza handicap apparente. Quando ho visto l’annuncio per la prima formazione in assistenza sessuale nella Svizzera francese ho capito che ci sono uomini e donne che non hanno accesso a delle esperienze erotiche positive e ho pensato di avere le competenze necessarie per aiutarli.
D: Di che genere di disabilità parliamo?
R: Handicap fisici di tutti i tipi, diversità neurologiche e polihandicap.
D: E di che genere di assistenza sessuale? Ci sono ‘limiti’ regolamentati? 
R: Innanzitutto c’è un incontro preliminare, durante il quale l’assistente spiega la sua prestazione e i suoi limiti, e il beneficiario – che deve avere 18 anni compiuti – le sue aspettative. Tutto dipende quindi dal contesto e può essere definito liberamente.
D: Come si svolge, invece, la prima assistenza effettiva e qual è, orientativamente, il prezzo?
R: Non c’è una modalità unica, ogni volta è differente. In linea di principio l’assistente è libero di chiedere il prezzo che ritiene oppportuno e ragionevole, così come il beneficiario è libero di accettare o rifiutare. In genere nella Svizzera francese il prezzo si aggira intorno ai 150 franchi all’ora.
D: Parla di ‘beneficiario’…
R: Sì, è questo il nome con cui ci riferiamo alle persone che chiedono assistenza. Io a volte parlo di ‘clienti’, ma mai di pazienti. L’assistenza sessuale non è una terapia medica; può avere degli effetti terapeutici, può aiutare a migliorare l’immagine di sé, può alleviare una sofferenza. Il fine non è curare, perché la sessualità non è una malattia, ma procurare piacere.
D: Ha sempre gli stessi clienti o cambiano? Uomini o donne? Con quale frequenza avvengono gli incontri?
R: Uomini e qualche donna, alcuni regolari altri nuovi e qualche volta unici. Gli appuntamenti non avvengono mai più di una volta al mese.
D: Ha mai lavorato con persone disabili italiane?
R: Non ancora. O almeno non provenienti o residenti in Italia. Qualcuno che però vive in Svizzera sì.
D: Perché secondo lei in Paesi come l’Italia questo tipo d’assistenza non è prevista?
R: Uno dei motivi principali è l’atteggiamento che si ha nei confronti del lavoro sessuale, o verso i rapporti a pagamento al di fuori della coppia, o ancora verso il sesso non destinato alla procreazione…
D: È membro di qualche associazione che fa da intermediario tra lei e le persone che desiderano il suo supporto?
R: Sì, faccio parte delle associazioni SEHP, dei Corpi di solidarietà nella Svizzera francese e di Appas in Francia. Sono presente sul sito Sinnerose.ch nella Svizzera tedesca, ma alcune richieste arrivano anche tramite passaparola.