«Militavo nei centri sociali, dove il sesso era nelle lotte Lgbt. Poi mi sono avvicinata all’ambiente queer e mi sono resa conto che esisteva un hard diverso. Attraverso Silvia, che ha organizzato un workshop di scrittura pornografica, ho conosciuto le altre. È così che è nato il collettivo Le Ragazze del Porno». A parlare è Lidia Ravviso, regista che con Insight ha vinto il premio per il miglior cortometraggio all’Hacker Porn Film Festival di Roma. La Silvia in questione, invece, è la pornoattivista Slavina, coautrice e protagonista femminile di un corto sull’autoerotismo al femminile che, come spiega la filmmaker, «ha avuto successo pur facendo schifo a tanti uomini». L’avventura nel porno, o meglio postporno, per Lidia è partita decisamente bene. Ed è destinata a continuare con un altro cortometraggio, questa volta prodotto da Erika Lust (Insight si può vedere sul suo sito) per la serie XConfessions.

DOMANDA: Iniziamo dalle cose serie. Lo sa che maggio è il mese della masturbazione?
RISPOSTA: Ah sì? Buono a sapersi (ride, ndr). Siamo in tema, anche se in realtà per Insight non siamo partite dalla masturbazione femminile, ma da un altro feticcio: il voyeurismo, il piacere di guardare ed essere guardati.
D: E poi?
R: Ci siamo rese conto che, più del voyeurismo e della masturbazione, a colpire era, per citare Elio e le Storie Tese, la visione della figa da vicino. Nell’80% del corto c’è una figa in primo piano, sbattuta in faccia per 11 minuti. Un’immagine forte, prepotente, persino disturbante per gli spettatori. Tra di loro tanti uomini etero che, evidentemente, si sono ritrovati a guardare qualcosa che non avevano mai visto nel porno classico. Dopo dei feedback del genere, io e Slavina abbiamo capito di aver fatto centro. E di come la questa visione ravvicinata della figa fosse più dirompente della storia, della messa in scena e del tema del voyeurismo.
D: Insight è la rappresentazione di una sua fantasia?
R: Beh, ho scelto di riprendere un uomo e una donna perché mi eccita, essendo eterosessuale, essere guardata da un uomo. Se fossi stata lesbica probabilmente avrei scelto due attrici.
D: Il corto ha disturbato molti uomini. Il suo è un porno per donne?
R: No, e credo nel porno no gender: quando vai a vedere una commedia non ti chiedi se è per uomini o per donne. Perché dovremmo farlo con il porno?
D: Forse perché le registe raccontano meglio il piacere femminile.
R: Dipende. Film come Melancholia e soprattutto Nymphomaniac per me sono film scritti da una donna. Invece li ha scritti Lars Von Trier. La differenza sta tutta nell’approccio. Nel mio orizzonte ideale il racconto del piacere non dovrebbe avere differenze. E poi in certi contesti, dove il genere è fluido, tutto si fa tutto più sfumato.
D: Come definirebbe il suo rapporto con la masturbazione?
R: Sereno, perché è parte fondante della mia quotidianità. E meno male che esiste, perché altrimenti dovremmo stare sempre in cerca di qualcuno. L’autoerotismo è il primo approccio che ho avuto con la sessualità. Avrò avuto sei anni, ma mi ricordo benissimo quando mi sono toccata per la prima volta.
D: Tutti si masturbano, però in Italia è ancora considerato un argomento tabù.
R: Sì, e come risultato abbiamo tantissimi uomini che non conoscono l’orgasmo clitorideo. Le mamme non lo spiegano, le compagne simulano il piacere, le coppie vanno avanti senza dirsi nulla, il porno la racconta nel modo sbagliato. È un delirio di finzione. Non tutti hanno chiaro che, attraverso questa pratica, si può capire come funziona il piacere femminile, che è molto diverso da quello che si vede al cinema. Quando ho iniziato a girare Insight pensavo potesse avere una funzione educativa. Mi sono detta: «Facciamola vedere un po’ questa masturbazione!».
D: Nel corto quello di Slavina è un vero orgasmo?
R: Eravamo partite con questo obiettivo. Essendo porrnoattivista, lei ha una sua tecnica: doveva venire in sei, sette minuti, ma per le prime due volte non c’è riuscita. Poi è successo al terzo tentativo: mentre si masturbava, ha avvertito dietro di lei il respiro affannato dell’operatore con la videocamera, eccitandosi a tal punto da raggiungere l’orgasmo. Una cosa che sui set porno non succede mai.
D: La finzione di cui parlava prima.
R: Nel porno, con quelle vagine completamente asciutte, è evidente che non succede niente. Ma anche nel prossimo corto non so se ci sarà un vero orgasmo, perché serve sempre una certa chimica tra gli attori.
D: Oltre a questo aspetto, cosa non le piace del porno mainstream?
R: Di sicuro mancano punti di vista diversi su una realtà complessa come la sessualità. Ma non avevamo intenzione di giudicare o fare critiche. Con Insight, semplicemente, volevamo fare porno come se fosse semplicemente cinema, una storia come le altre. Mettere in scena i nostri desideri ma con cura nella narrazione e nella fotografia. Senza dialoghi, perché non ci sono, ma con qualità.
D: Nel postporno è Erika Lust il suo modello di riferimento?
R: Lo è per come ha puntato sulla qualità e su corti diversi da quelli proposti dal porno mainstream. Ma il suo stile non è il mio. Quando ero più giovane mi piaceva Bruce LaBruce per come girava e sperimentava, anche se le sue storie gay non facevano parte del mio immaginario erotico. Adoro la pornografia americana degli Anni ’70, quella più scanzonata e psichedelica, di cui fanno parte film come Gola Profonda e Dietro la porta verde. Comunque, quando guardo del porno lo faccio in funzione masturbatoria.
D: E con cosa si eccita di più?
R: Diciamo che mi interessano le situazioni più affollate di quelle a due. Da tre o quattro in su, ma non le gang bang. Troppo dispersive e, soprattutto fake: sono la cosa più finta del porno.