Esiste un universo che il mondo vuole tenere lontano, un non-luogo dove sesso, perversioni e fantasie si intrecciano con paura, giudizio e preconcetti. Squillo. Mignotte. Puttane. Così, chi abita in superficie definisce le sex workers (letteralmente chi lavora nel mondo del sesso, ndr), persone che scelgono di vendere il proprio corpo spontaneamente, stabilendo prezzi, modalità e dinamiche del rapporto.
Ho chiesto di parlare con una di loro e ho trovato Rebecca, una donna di 45 anni, che mi ha raccontato un frammento del suo mondo, fatto soprattutto di scelte.
Si definisce una prostituta autodeterminata, che detta regole del gioco e che affronta il suo mestiere con coraggio, perché per una prostituta «il pericolo è sempre dietro l’angolo». Funambola del rischio, Rebecca mi ha accompagnato nei meandri della sua professione, dove è lei ad essere il bene di consumo. Quando vendi te stesso hai tutto in mano: il controllo del gioco, l’aggressività e il vizio del cliente, ma soprattutto le conseguenze di quell’intimità a pagamento che da secoli genera ossessioni all’interno della società.

DOMANDA: Cosa ricorda della sua prima volta da prostituta?
RISPOSTA: Dovetti interrompere il rapporto per correre in bagno a vomitare, tanto era stato lo schifo.
D: Ha scelto di essere una sex worker per circostanza, interesse o per provocazione?
R: Non la definirei una scelta, piuttosto una reazione ad una serie di circostanze che ho saputo affrontare e a cui ho saputo, con determinazione, adattarmi.
D: Si è mai sentita isolata?
R: No.
D: Come percepisce lo sguardo delle persone?
R: Come sex worker desidero puntualizzare che separo sempre lo sguardo del cliente dallo sguardo delle altre persone. Sono due mondi nettamente separati.
D: Qualcuno l’ha mai esclusa per il suo lavoro?
R: No.
D: Le è mai capitato di essere vittima di episodi di violenza sessuale?
R: Sì.
D: Immagino sia stato difficile riprendere il suo lavoro dopo un’esperienza come quella. Come ha affrontato il ritorno alla normalità?
R: Troppo complicato rispondere a questa domanda. Credo non valga la pena affrontare un argomento come questo in poche righe. Non sarebbe giusto.
D: Sceglie i suoi clienti?
R: Sostanzialmente sì. Se soltanto mi dicono qualcosa che non considero idonea e/o adatta all’incontro con me, rinuncio all’istante con un secco «no, grazie».
D: Chi è il suo cliente tipo?
R: Colui a cui piaccio fisicamente e mentalmente
D: Che rapporto ha con il sesso, al di là del suo mestiere?
R: Ottimo.
D: Il suo lavoro ha mai condizionato la sua vita intima personale?
R: Sì, un rapporto d’amore è diverso da un rapporto con il cliente.
D: Raggiunge l’orgasmo anche mentre lavora?
R: Raggiungo l’orgasmo con ambedue. Aggiungo, però, che per puro piacere sessuale non sono mai andata con nessuno.
D: Come si protegge? La prevenzione è un aspetto fondamentale per la vita di una donna.
R: Con i clienti ho sempre usato il preservativo, anche durante i rapporti orali.
D: A quanti uomini sta a cuore la prevenzione?
R: Non gliene importa nulla, soprattutto se si tratta della prevenzione della sex worker. Infatti i clienti pretendono rapporti sessuali orali scoperti per egoismo. La salute della persona che hanno di fronte non è tra i loro interessi.
D: Gli uomini italiani conoscono i rischi del sesso praticato senza precauzioni?
R: Personalmente credo che sappiano quali malattie si possono contrarre senza preservativo, ma, per un senso di onnipotenza che per sua natura e cultura è maggiore nell’ambito di un rapporto sessuale con una prostituta, vogliono trasgredire quella che dovrebbe essere una regola fondamentale.
D: Perché secondo lei?
R: Come a voler dimostrare di essere invincibili. Ma è un comportamento pericoloso.
D: A chi le chiede di fare sesso non protetto, in cambio magari di più soldi, cosa risponde?
R: Rispondo no.
D: Che cosa rappresenta per lei la figura della prostituta?
R: Non credo esista una definizione univoca: ognuna ha il proprio vissuto, la propria storia e quindi una conseguente rappresentazione.
D: Cosa pensa dell’ipotetica riapertura delle Case di Tolleranza?
R: Allo Stato suggerirei di ascoltare, prima di tutto e in modo diretto, tutte le donne che fanno questo mestiere.
D: Si è mai sentita in pericolo? In fondo, credo che lei non conosca i suoi clienti in maniera così approfondita.
R: La sua domanda ha toccato un tasto fondamentale della vita di una prostituta. Il pericolo c’è sempre: non si sa mai con chi si sta interagendo, se con un cliente normale o con un cliente psicopatico che ha un disturbo della personalità, senza limiti o empatia che potrebbe anche ucciderti. Può capitare un cliente con un disturbo di personalità narcisista e paranoide. Gli indici di pericolosità del cliente a volte si riescono ad intercettare, a volte no, specialmente quando sono clienti malefici particolarmente organizzati, agguerriti e manipolatori.
D: In quali circostanze ha avuto paura?
R: Qualche volta, a casa loro, hanno chiuso a chiave la porta e mi hanno trattenuto con la forza ad ascoltare le loro paranoie; così come altre volte, hanno tentato con violenza e minaccia di costringermi a rapporti sessuali non protetti e o violenti. Sono sempre riuscita a farla franca però.
D: Le piace il suo lavoro?
R: Mi piace mettermi alla prova, gestire situazioni difficili, usare il mio 135 Q.I.
D: Qual è l’episodio più strano che le è capitato?
R: Quando un sedicente «Giudice», durante un incontro, mi propose di distendersi supino nella vasca da bagno mentre io, in piedi sopra di lui con i piedi appoggiati sui bordi della vasca, avrei dovuto orinare (pissing, ndr) nella sua bocca mentre lui inghiottiva tutto. Io subito accettai divertita.
D: È vero che, spesso, gli uomini chiedono alle prostitute ciò che non hanno il coraggio di chiedere alle proprie compagne di vita? Se sì, perché secondo lei?
R: Chiediamolo a loro.
D: Da bambina lei era al corrente di chi fosse una prostituta?
R: Sì.
D: Ha mai odiato un cliente? Per mancanza di rispetto, magari?
R: No, ho sentito, semmai, l’odio e la mancanza di rispetto dei clienti nei miei confronti. Però è un problema loro, questo.
D: Ha sempre fatto tutto ciò che le veniva chiesto?
R: No, soprattutto dopo aver concordato i limiti di ciò che sono disposta a fare e non fare.
D: Che cosa non è disposta a fare?
R: Non sono disposta a farmi sopraffare dalle fantasie di prevaricazione che mi vengono via via proposte.
D: Si è mai rifiutata di compiacere qualcuno o le sue perversioni?
R: Sì.
D: Come si comporta quando le fanno richieste che non è disposta ad accettare?
R: Generalmente rispondo no, ma se insistono rigiro la frittata chiedendo loro: «E tu, saresti disposto a fare questo e quello?». A quel punto diventano muti e si dileguano.
D: Si è mai vergognata di sé stessa e del suo lavoro?
R: No, sono orgogliosa di non essere ipocrita.
D: Ha mai tenuto nascosto il suo mestiere a qualcuno?
R: Certamente, quasi sempre.
D: Quali sono le pratiche più ricorrenti?
R: Il rapporto tradizionale, romantico, con la prostituta si sta via via perdendo. Il cliente contemporaneo fa già sesso con la moglie o con la fidanzata o con la ragazza incontrata per caso, e vede già sesso dappertutto soprattutto su Internet, quindi è annoiato, ma soprattutto è alienato e condizionato dal fatto che il sesso è un dovere e una convenzione sociale soprattutto per lui come cliente. Il cliente vuole pagare il diritto di scatenare ciò che ha dentro di irrisolto sia a livello psicologico che sessuale.
D: Cosa intende?
R: Per irrisolto intendo quando il cliente è deviato, ossia quando sostituisce l’attività sessuale diretta con pratiche di altro tipo come ad esempio quella, diffusissima ed ampliata dalle tecnologie, del turpiloquio, ovvero il pronunciamento di parole scurrili o volgari attinenti alla sessualità via telefono, attività oltretutto non pagata alla prostituta per ovvi motivi di mancanza di contatto diretto.
D: Una sorta di mania di grandezza?
R: Speso il cliente, attraverso le parafilie, non arriva al rapporto sessuale vero e proprio ma si sente in diritto di chiedere alla prostituta di essere soddisfatto ugualmente.
D: Le donne cercano le prostitute?
R: Sono eterosessuale e accetto rapporti soltanto con uomini, ma risulta che le clienti donne siano una percentuale davvero minimissima rispetto alla clientela maschile.
D: Che tipo di approccio hanno con il sesso a pagamento?
R: Penso che le donne siano più avanti rispetto agli uomini e sono anche più esigenti, perciò non credo si accontentino di un banale rapporto sessuale a pagamento con più donne.
D: Le hanno mai chiesto di travestirsi?
R: Sì.
D: Qual è la richiesta più disgustosa?
R: Quando mi chiedono: «Fai tutto?».
D: Che cosa intendono?
R: Intendono rapporti completi o in parte senza profilattico o se sei disposta a fare qualsiasi cosa per pochi euro. Chiedono di concedere loro tutto il tempo che necessario per concludere l’incontro oppure se sei disponibile a farti umiliare all’infinito. Ma soprattutto, se sei disposta a fare tutto quello che vogliono loro in quel momento. Qualunque cosa.
D: Cos’è il sesso?
R: Il sesso per me è un veicolo di senso.
D: Cosa succede, veramente, quando si spoglia?
R: Succede che gli uomini perdono il lume della ragione.
D: Oltre al rapporto sessuale, cosa chiedono i clienti? Massaggi?
R: Anche.
D: Durante i rapporti, che linguaggio utilizza?
R: Soprattutto quello del corpo.
D: Immagino che i suoi clienti la chiamino in svariati modi.
R: Se c’è rispetto e consenso mi va bene qualsiasi nome.
D: A molti uomini piace l’idea di fare sesso con un travestito. Si sente in competizione con loro?
R: No.
D: Qual è la cosa più trasgressiva che fa una prostituta?
R: Penso che ogni prostituta abbia un’idea o più idee in proposito. Una di queste potrebbe essere quella di innamorarsi di un cliente.