Quella a Leila Slimani è una di quelle interviste che dopo averle fatte ti senti come alleggerita. È questo che succede quando si incontrano persone speciali, in grado con leggerezza di creare grandi rivoluzioni. Bellissima, delicata nella sua magrezza da giunco e di eleganza innata. Parole lievi e nessuna paura nello sguardo. Slimani, scrittrice marocchina che vive in Francia, è stata al Salone del Libro di Torino con Rizzoli, la sua casa editrice, per aver scritto Dans le jardin de l’ogre, un libro scandaloso sulla vita di Adele, insospettabile giornalista ninfomane, che ha suscitato interesse e clamore, vincendo addirittura il Prix La Mamounia, il più prestigioso premio letterario del Marocco.

Dans le jardin de l’ogreDOMANDA: Come è nato il personaggio di Adele?
RISPOSTA: Avevo voglia di scrivere di una donna che fosse un’anti-eroina. Avevo soprattutto voglia di parlare di dipendenza e di ossessione. Di vertigini. Una sera, mentre mi stavo occupando del mio bebè nato da poco, ho visto in tivù le immagini dello scandalo Strauss Khan e vedendolo così scuro ho pensato: ok, è l’idea giusta. E ho iniziato a scrivere la storia di questa donna con una dipendenza dal sesso.
D: Perché era così attratta dall’idea di occuparsi di personaggi con dipendenze e ossessioni? 
R: Mi è sempre piaciuta l’idea di parlare dell’apparenza, di come le persone si mostrano. Anche le persone che ci appaiono normali (infatti la mia protagonista ha un lavoro, è sposata, ha un figlio) nascondono qualcosa. In ognuno c’è una parte segreta che è immensa, terribile e mostruosa.
D: Che cos’è veramente il sesso per le donne marocchine, al di là dei nostri stereotipi e preconcetti?
R: Le donne marocchine sono come tutte le donne del mondo. E come tutte le donne fanno l’amore. Ma tutto deve essere nascosto. Ogni cosa dipende dalla posizione sociale. Per una donna appartenente a una classe sociale agiata le cose sono molto diverse da una povera emarginata. In quel caso rischia sempre la prigione, la violenza, le punizioni. Il sesso è un argomento difficile. Si può fare una netta separazione tra apparenza e corpo.
D: In che senso?
R: L’apparenza è quella di una ragazza che si mostra vergine, ingenua, gentile e carina. E poi c’è il corpo, con tutti i suoi desideri naturali. Ma questo corpo non appartiene alla donna marocchina. Questo corpo è del padre, del marito, dei figli, della società, dello Stato, della polizia. Una donna non può decidere di perdere la propria verginità prima del matrimonio perché questa sarebbe una vergogna per tutta la sua famiglia e per l’intero villaggio. Se tradisce il marito rischia la prigione (allo stesso modo chi è omosessuale rischia la prigione). Il corpo della donna è sotto lo stretto controllo e di proprietà del maschio. E della comunità intera. Quando fa l’amore è come se tutto il villaggio la stesse guardando.
D: Praticamente un film porno.
R: Sì! Infatti possiamo parlare di pornografia riguardo la vita sessuale tra musulmani, perché non c’è erotismo. E questo perché manca la libertà. È necessario inventare un corpo di donna marocchina che non appartenga a nessuno, in modo che possa essere libera di usarlo come meglio crede.
D: Che impatto ha avuto il suo libro sulle donne marocchine?
R: Penso che innanzitutto ci sia stata una certa fierezza per i riconoscimenti che ho avuto. Anche per il ruolo positivo che posso avere in rappresentanza di Paesi molto attaccati per problematiche di immigrazione. E poi finalmente c’è qualcuno che parla dicendo la verità senza particolare isteria. A me non interessa fare successo ma raccontare sinceramente le cose, anche in vista del fatto che provengo da un Paese in cui quello che dico e faccio viene controllato minuziosamente ed è sotto gli occhi di tutti.
D: Essere premiata in Marocco l’ha stupita? O se lo aspettava?
R: La letteratura marocchina in realtà vanta romanzi anche più scioccanti del mio! Si è già parlato di libertà, anche se in questa letteratura si dice tutto e nulla. Si è scritto di omosessualità, di pedofilia. Coloro che conferiscono i premi non sono gli stessi che governano, sono alla ricerca di avanguardie. L’Europa identifica le donne marocchine solo con il velo. Nella realtà ci sono città come Casablanca dove ci sono omosessuali e donne in minigonna oltre che con abiti lunghi fino ai piedi.
D: Lei è mamma di un maschio di cinque anni. Crede che in futuro potrebbe avere dei problemi con lui per il suo modo disinibito di scrivere di sesso?
R: Continuiamo a criticare gli uomini tacciandoli di misoginia, ma la responsabilità primaria è di noi donne! Siamo noi che li cresciamo! Diciamo alle ragazzine di non mettersi le gonne troppo corte quando invece dovremmo dire ai figli maschi di rispettarle, insegnando loro che una donna può vestirsi come vuole. Una donna può fare come vuole, può decidere di vestirsi e agire come meglio crede ma per fare in modo che sia veramente libera bisogna impegnarsi a fondo sul tema del rispetto che un maschio le deve portare, sempre. Questa è la mia responsabilità principale come madre. Io sono sì una madre, ma sono anche una donna e ho la mia vita. Posso essere stanca, posso decidere che la mia priorità in quel momento è rilassarmi. Difendo il mio diritto a fare della mia vita ciò che mi sembra meglio e che desidero, scrivere come fare altro. E quando mio figlio incontrerà la donna della sua vita non dovrà controllarla ma sostenerla e difenderla come persona.