Cento mondi. Cento storie. Tutte diverse. Raccontate attraverso i segni che la vita lascia sui corpi e, spesso, nella mente. Cento immagini, a colori, di uomini ritratti dall’ombelico in giù, con le mani appoggiate ai fianchi. Nudi. In piedi. E, apparentemente, vulnerabili. Con i peli pubici che, in ognuno, disegnano forme di verse. E con le forme che rendono riconoscibile ogni persona. Un’antologia di storie svelate attraverso l’immagine di un pene. Vite di giovani, anziani, a volte malati, altre perfettamente in salute, timidi o coraggiosi.

La fotografa britannica Laura Dodsworth ha scelto di raccontare le loro vite così, partendo dai loro genitali. Nel libro Manhood: the bare reality, edito da Pinter & Martin Publishers e uscito a giugno 2017, il primo a parlare è un uomo di 92 anni: «Ho perso la mia verginità con la moglie del mio insegnante di grammatica. La mia seconda volta con una donna fu con una prostituta di Napoli». Il suo nome non compare mai, così come il suo volto. Ma ad accompagnare l’immagine, uno scritto che mette completamente a nudo anche la sua umanità: «Sono affetto da demenza, ora. Questa malattia non coinvolge soltanto la memoria, ma anche il tuo modo di pensare. Fino agli 87 anni i sentimenti che riguardavano l’attrazione e il sesso erano normali, ma questi sono completamente spariti con la demenza. Se guardo un’immagine porno, non ho alcun trasporto sessuale e non sono in grado di avere un’erezione, adesso», spiega.

«In collegio ho sempre pensato che il mio pene fosse troppo piccolo. Tre volte a settimana facevamo sport, facevamo la doccia e io ero terrorizzato. Se avessi potuto, mi sarei nascosto dove nessuno potesse vedermi. A 30 anni ero depresso e alcolizzato. Ho tentato il suicidio. Lessi della possibilità dell’allargamento del pene sulla copertina di una rivista. Pensavo che questo mi avrebbe reso più felice», racconta la figura esile di un 50enne, con due braccialetti ai polsi e un tatuaggio sul bacino.

Dodsworth aveva fatto la stessa cosa, nel 2015, con 100 donne e i loro seni, pubblicando Bare Reality: 100 women, their brests, their stories, una raccolta di storie coraggiose, potenti e piene di humor. «Seni e peni non sono dirette controparti, ma entrambi incarnano l’idea di femminilità e virilità, e offrono delle finestre intime sui nostri mondi emotivi e psicologici», spiega la fotografa a SexTelling.

DOMANDA: Signora Dodsworth, perché, dopo 100 seni, ha deciso di fotografare altrettanti organi maschili?
RISPOSTA: I peni non definiscono gli uomini, ma incarnano bene l’idea di che cosa significhi essere un uomo. Ho deciso di usare questa parte del corpo per aprire la porta a storie intime e oneste, per riflettere su cosa sia la mascolinità. Ma l’ho fatto anche per fare luce su ciò che è nascosto e sull’idea di tabù. Come artista, poi, sono molto interessata a ciò che si manifesta attraverso il fisico e il figurativo.
D: Fotografare peni è ancora considerato un tabù per la società?
R: Credo di sì. Io stessa ho avvertito un po’ d’ansia prima del lancio del libro. E il fatto che l’artista, anche abbastanza audace, accusi nervosismo è proprio il segno che il tabù esiste. Mi chiedevo, insomma, come sarei stata giudicata, in quanto donna, per aver intrapreso quel progetto.
D: Si è dunque domandata se il suo libro potesse apparire scandaloso?
R: Ho pensato che forse avrebbe potuto sconvolgere alcune persone, ma non altre. La comprensione di qualsiasi lavoro è un’alchimia tra il creatore, il soggetto, il lettore e lo spettatore. Le persone proiettano le loro convinzioni e le loro esperienze di vita attraverso la loro interpretazione di Manhood. Credo che le storie rivelino i tabù della nostra società, mentre le immagini colpiscono.
D: Quale è stata invece la reazione del pubblico?
R: Nel complesso brillante, a parte alcuni commenti sui social molto meno gradevoli. Sono stata definita una puttana e una pervertita. Ma cercare di indurre una donna alla vergogna attraverso il silenzio è una vecchia storia. Ritengo che reazioni del genere dimostrino la necessità di un progetto come questo. In ogni caso, Manhood è la collezione di 100 voci maschili, non il manifesto del tabù, che viene anzi esplorato attraverso le loro storie.
D: Che cosa raccontano i suoi scatti?
R: Innanzitutto, spero che le immagini risultino sorprendenti, rassicuranti ed educative per gli uomini, specialmente per i più giovani. Queste fotografie vogliono infatti smontare miti e riportare alla realtà. Molti, più di quanti avrei potuto immaginare, hanno sofferto del fatto di sentirsi inadeguati: c’è chi pensava che il loro pene fosse troppo piccolo, chi credeva fosse inadatto e, in qualche modo, questa opinione ha influenzato diversi aspetti della loro vita. Le nozioni riguardanti le dimensioni li hanno rovinati, creando vergogna.
D: È stato difficile convincerli a spogliarsi davanti a una fotografa e a raccontarsi attraverso i propri genitali?
R: Direi più semplice rispetto al primo progetto. Probabilmente il motivo sta nel fatto che avevo già fatto un libro e loro avevano già un’idea di cosa sarebbe venuto fuori. Penso ci sia stato un livello superiore di comprensione delle intenzioni e di fiducia in me. E credo anche che la loro voglia di partecipare rifletta lo spazio vuoto nella narrazione sugli uomini. Nel senso che anche loro vogliono essere ascoltati.
D: Come hanno reagito, dunque, durante i servizi fotografici?
R: Alcuni erano fieri e sicuri di loro stessi. Altri ambivalenti. E altri ancora risultavano molto nervosi. Siamo onesti: per un uomo, starsene in piedi, nudo e flaccido, è sicuramente un momento vulnerabile. Sono stati davvero molto coraggiosi. Ma l’anonimato è stato essenziale per rendere possibile il fatto che così tanti uomini prendessero parte a questo progetto. Tutti, però, anche le donne del primo progetto, sono stati franchi e si sono aperti con me. L’onestà cruda è stato un regalo di fiducia e un privilegio.
D: Che differenze ha riscontrato fotografando i seni?
R: In questo momento mi appaiono più evidenti le similitudini. Uomini e donne sono tutti uniti nella voglia di amare, di essere amati, di essere accettati e ascoltati.
D: La nudità rende le persone più sincere?
R: Quella dei corpi porta a una più profonda, ovvero quella dell’anima. C’è vulnerabilità nel primo processo, che è la fotografia, la quale poi ‘sanguina’ in quello successivo, l’intervista.
D: Il suo libro ha a che fare con l’erotismo?
R: La modalità e il processo di intervista e di fotografia non erano erotici. Così come non lo sono le immagini. Ma la sessualità è il tema principale nelle storie.
D: Crede che un’antologia di peni possa raccontare di più rispetto a una di volti?
R: È solo una metodologia creativa, quella che è sembrata giusta a me. Ci sono infiniti modi di usare la fotografia e le parole per esplorare l’essere umano.
D: Quanto è complicato raccontare storie attraverso le parti intime di una persona?
R: La nostra stessa intimità ne incarna, quindi per me è stato perfetto. I genitali sono stati un potente catalizzatore per aprire alle rivelazioni personali. I nostri seni sono le parti pubbliche più private. I peni, invece, quelle più nascoste.
D: Quale tra le cento storie l’ha colpita di più?
R: È difficile scegliere la mia preferita. Sono state tutte molto interessanti, commoventi, divertenti e coraggiosi, in tanti modi diversi. Forse, il primo uomo nel libro è risultato più coinvolgente per una ragione: aveva 92 anni e ha condiviso una storia davvero molto tenera sulla perdita della sua verginità prima di partecipare alle Seconda Guerra mondiale. Ha parlato anche della sua malattia, la demenza senile, e sugli effetti che ha avuto sulla sua virilità con una meravigliosa onestà.