Ha intrecciato tutti i tipi di capelli: crespi, lisci, corti, secchi, lunghi e ricci. Dalle sue mani sono usciti colori nuovi, pronti ad ornare i visi delle donne che frequentavano il salone di bellezza dove lei lavorava.
Olivia è nata in una famiglia molto povera di Benin City, in Nigeria. Da piccola, sognava di pettinare le signore in un salone tutto suo: le piaceva accarezzare i capelli, dare nuove identità attraverso acconciature diverse, ma soprattutto adorava restituire la bellezza ai volti delle persone.
Benin City, però, ai suoi diciannove anni poteva offrire molto poco: dopo un anno passato a lavorare come parrucchiera nel salone di un’amica, l’ipotesi di cambiare vita. E andare via.
Una donna molto facoltosa le raccontò di possedere in Italia un salone di bellezza più grande, con molti dipendenti e le propose di trasferirsi. In questo modo, Olivia avrebbe potuto aiutare i suoi genitori e i suoi quattro fratelli. Incoraggiata dall’amica che le aveva permesso di fare la parrucchiera nel suo negozio a Benin City, Olivia aveva deciso di partire.
Due mesi per cambiare identità. Sessanta giorni di viaggio verso un futuro ignoto, tanti chilometri sotto i propri piedi e il sogno di cambiare le vite dei propri familiari, inghiottiti dalla povertà.
L’arrivo di Olivia in Italia però fu molto diverso da come lei lo aveva immaginato: nessuna spazzola tra le mani, nessun salone di bellezza, niente capelli da accarezzare.
Era finita in un ingranaggio molto più grande dei suoi diciannove anni: come tante ragazze nigeriane arrivate in Europa, Olivia rappresentava l’ennesimo anello di una catena che teneva prigioniere tante vite invisibili. Sarebbe diventata, di lì a poco, una schiava del sesso a pagamento, strappata via alla sua Nigeria con l’inganno, per un futuro fatto di prostituzione. E con un diabolico ricatto: se avesse lasciato il marciapiede, qualcuno avrebbe potuto fare del male alla sua famiglia.
In Italia aveva imparato che il sesso, quando non è consenziente, non è fatto di intimità o di complicità: per una ragazza che non aveva ancora compiuto vent’anni, quei rapporti malati rappresentavano un pericoloso intreccio di sofferenza e di rabbia silente.
Nel 2015, più di un milione di migranti è riuscito a toccare le coste europee e un quinto di essi è approdato in Italia: in questo esercito di inconsolabili viaggiatori, erano cinquemila le donne nigeriane. L’OIM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ndr) ha fatto sapere che più della metà di loro sono state portate qui per prostituirsi.
Perché in Italia la fame di sesso a pagamento sembra non esaurirsi mai.

Olivia, quando ha capito di essere finita in un ingranaggio pericoloso?
Il mio viaggio per venire in Italia, con dei documenti falsi, è durato due mesi e durante questo periodo di tempo non sono riuscita a rendermi esattamente conto di che cosa mi stesse succedendo. Solo una volta arrivata in Italia, quando mi hanno portato nella casa che dovevo condividere con altre due ragazze e mi hanno spiegato che cosa dovessi fare, ho iniziato a capire tutto.

Che cosa ha provato quando ha capito che l’avrebbero costretta a prostituirsi?
In quel momento è iniziato il vero incubo, fatto di lacrime, di sofferenza, di ricatti, di violenza ma soprattutto di paura. Volevo scappare e ritornare immediatamente dalla mia famiglia.

Per quanto tempo è stata costretta a farlo?
Sono rimasta in strada per due anni e mezzo. Avevo 19 anni. Prima di partire, al villaggio, la donna che mi aveva chiesto di andare in Italia, insieme ad un sacerdote, mi aveva sottoposto ad un rito voodoo: una specie di sacrificio in cui di fronte al sacerdote mi era stato fatto giurare che, una volta in Italia, avrei fatto tutto quello che mi veniva detto e avrei restituito alla donna la somma che aveva anticipato per pagarmi il viaggio.

Se avesse rotto questo patto che cosa le sarebbe potuto succedere?
Mi dissero che se non avessi rispettato questa promessa non avrei più potuto avere figli, ma soprattutto che avrebbero ucciso la mia famiglia.
In questi due anni e mezzo tante volte ho pensato di scappare, di fuggire da quel posto e quella condizione, ma la paura di quel rito era tanta, soprattutto per la mia famiglia.

Come è riuscita a fuggire dalla strada?
Ogni settimana, alcuni volontari della casa di accoglienza, che poi mi ha accolta, venivano in strada ad incontrarci e ci portavano qualcosa da bere e da mangiare. Passavano un po’ di tempo con noi e ci chiedevano come stessimo. Ci dicevano che potevamo cambiare vita, che avevamo diritto ad un futuro migliore, diverso, perché il progetto che Dio aveva pensato per noi non era quello di stare in strada. Quando ho deciso di cambiare vita ho chiamato il numero che mi avevano lasciato questi ragazzi.

Dove viveva mentre si prostituiva?
Abitavo con altre due ragazze in un piccolo appartamento a qualche chilometro di distanza da dove lavoravo la sera. Anche loro, come me, erano controllate dalle stesse persone che controllavano me.

Quanto riusciva a guadagnare?
Dipendeva dalle sere: ci sono state volte in cui riuscivo a fare 80-100 euro. Altre volte non guadagnavo nulla.

Le permettevano di proteggersi da gravidanze o malattie sessualmente trasmissibili?
Ufficialmente mi era permesso, ma spesso i clienti mi chiedevano di non usare il preservativo durante i rapporti sessuali. Quello è stato molto complicato per me, perché nel momento in cui ti trovi davanti una persona di cui non sai assolutamente nulla, non puoi conoscere la sua storia personale o se abbia o meno malattie sessualmente trasmissibili.

Ha mai conosciuto donne che scegliessero volontariamente di prostituirsi?
Sì, spesso erano ragazze di altre nazionalità. Ma erano veramente poche. È difficile che una donna scelga volontariamente di prostituirsi: è quasi sempre costretta da qualcuno.

Secondo lei si può scegliere di fare questo mestiere?
Credo davvero che ci sia sempre un motivo dietro, anche per coloro che dicono di sceglierlo liberamente. Magari sono i soldi, il dover aiutare la famiglia in difficoltà, un ricatto di tipo sentimentale, ma sono fortemente convinta che nessuno scelga volontariamente di fare questo lavoro.

Cosa suggerirebbe allo Stato?
Di punire i clienti, perché se c’è lavoro per le ragazze che si prostituiscono, significa che esiste una domanda. Che è molto alta. Bisogna andare alla radice di questo problema, cercando di capire come si muove la macchina della criminalità organizzata e quali sono le dinamiche al suo interno.

Cosa pensa dell’ipotetica riapertura delle Case di tolleranza? Potrebbero servire a restituire sicurezza e dignità alle ragazze che si prostituiscono?
No, perché in realtà servirebbe solo ad isolare all’interno di un luogo chiuso un fenomeno che diventerebbe in tal modo ancora più criminalizzato e organizzato.

Da bambina sapeva che cosa fosse una prostituta?
No.

Ha mai odiato?
Forse sì. Ho sicuramente provato tanta rabbia per la situazione che vivevo e nei confronti delle persone che mi avevano portato lì.

Da chi si è sentita più sfruttata? Dai suoi clienti o da chi la stava costringendo a vendere il suo corpo?
Da entrambi, perché se quei clienti mi sfruttavano era a causa di chi mi obbligava a stare lì.

Come riusciva ad andare avanti?
Dopo che passano i mesi, arrivi ad un punto in cui sei costretta ad indossare una maschera, per poter stare lì sulla strada ogni sera, al freddo, con i clienti che ti usano e spesso ti trattano male. Lo fai perché pensi di non avere alternativa, di non avere altre soluzioni. E pensi a quello che ti hanno detto con il rito prima di partire, alla tua famiglia, al fatto che loro abbiano bisogno di soldi.

Com’è cambiato negli anni il suo rapporto personale con l’intimità e con il sesso?
Dopo essere scappata dalla strada è stato molto difficile per me. Per lungo tempo ho avuto delle difficoltà con il mio corpo e la mia intimità. Poi piano piano ho iniziato a riacquistare consapevolezza anche della mia identità di donna.

Ci è voluto molto tempo prima di tornare ad avere una vita sessuale ‘normale’?
Mi ci è voluto molto tempo per riuscire a pensare di poter avere di nuovo dei rapporti sessuali in modo ‘normale’, con una persona che mi volesse bene. Ma ancora oggi è molto difficile.