Immaginate di essere ferventi cattolici e di vivere con angoscia la vostra omosessualità, condannata dalla maggior parte dei pulpiti. Immaginate di non aver il coraggio di parlarne in famiglia e nemmeno con il ‘vostro’ prete, quello con cui avete fatto la prima comunione. Bene. Il passo successivo potrebbe essere il web e una confessione virtuale su Facebook: d’altra parte, anche i sacerdoti sono su Facebook. Lo usano (anche) per trovare nuovi partner. E voi potreste essere i prossimi. Parla di questo Amores Santos, documentario del regista brasiliano Dener Giovanini che il 19 maggio viene proiettato a Milano, in una location top secret. Un film che affronta il tema dell’omosessualità nella chiesa, denunciando l’ipocrisia con cui molti prelati la vivono, ma anche le sue conseguenze. Il documentario di Giovanini condensa in un’ora e 25 minuti mesi e mesi di chat e cybersex con religiosi omosessuali, intervallate dalle testimonianze omosessuali vittime di violenza, e dei loro famigliari: «In tutto abbiamo parlato con oltre 5 mila religiosi, da 30 Paesi diversi, e con 1.200 di essi c’è stato sesso virtuale», spiega Giovanini a SexTelling.

DOMANDA: Com’è nato Amores Santos?
RISPOSTA: All’inizio volevamo fare un film sul rapporto tra religione e omofobia, e sulle sue conseguenze. Così su Facebook, fingendomi un giovane omosessuale che aveva bisogno di confidarsi, ho chiesto l’amicizia a dei preti. Volevo vedere la loro reazione. Poi mi sono accorto che molti, più che rassicurarmi o condannarmi, mi chiedevano se fossi attivo o passivo. Non mi sembravano domande innocenti e mi è venuto il dubbio, che poi è durato poco, che in realtà fossero degli approcci da parte loro. Da quel momento in poi il film è diventato anche una pellicola sull’ipocrisia da parte degli uomini di chiesa.
D: Ma come fa a essere sicuro che fossero davvero dei religiosi?
R: Dopo che avevano accettato l’amicizia del profilo fake, io e la mia équipe controllavamo le loro foto, risalendo se possibile anche ad altri social network come LinkedIn, e più in generale cercavamo informazioni sul web. Volevamo essere sicuri di parlare con dei preti.
D: Dietro a questo documentario c’è un’enorme mole di lavoro.
R: Sì, in tutto abbiamo oltre 600 ore di riprese. A un certo punto, tra WhatsApp e le altre applicazioni ci siamo ritrovati ad avere anche mille messaggi da leggere. A rispondere ci pensavamo io e gli altri ragazzi. Poi riprendevamo le videochiamate con l’attore Darico Macedo.
D: C’è una confessione prevalente tra i prelati con cui avete chattato per Amores Santos?
R: Abbiamo parlato con cristiani di ogni genere: protestanti, anglicani, evangelici, ma soprattutto cattolici. E non perché in generale ci siano più gay tra i cattolici.
D: E per quale motivo?
R: Perché i pastori anglicani ed evangelici si possono sposare. Hanno moglie e figli. Dunque per loro avere certe conversazioni su Internet è più difficile. I cattolici, costretti al celibato, possono invece chattare e fare sesso virtuale liberamente. Dopo la messa, non devono preoccuparsi dell’immagine da dare alla famiglia. Gli altri invece parlavano con noi di nascosto: andavano in bagno o in garage, oppure uscivano direttamente di casa.
D: Ha avuto la percezione che si trattasse di persone sessualmente attive?
R: Sì, e anche piuttosto esperte. Gente che fa sesso con una certa frequenza, che non si fa problemi a trovare partner in giro oppure attraverso le app. Tutti, però, ci dicevano che di solito non dicono di essere dei religiosi.
D: Esiste una sorta di ‘rete sociale’ di preti omosessuali?
R: È capitato che qualcuno di loro ci abbia messo in contatto con un suo amico, anch’esso sacerdote. Ma è successo davvero raramente. Però uno ha proposto a Darico di andarlo a trovare in Italia, a Roma. Diceva di avere una relazione con un altro prete e che avrebbero potuto fare sesso a tre. O anche in più persone.
D: Nel trailer di Amores Santos a un certo punto un prete dice il 90% degli uomini di chiesa è gay. Crede che sia così?
R: C’è chi ha detto 90%, chi 70%, nessuno è sceso al di sotto del 50%. Sono percentuali che hanno sorpreso me e la mia équipe, perché mai avremmo immaginato un’omosessualità così diffusa. Siamo rimasti stupiti anche dalla quantità di leader religiosi sposati, eppure gay.
D: Che opinione si è fatta di queste persone?
R: Credo che abbiano una vita molto triste. Abbiamo percepito molta sofferenza, perché devono sempre nascondere emozioni e desideri. La cosa peggiore di questa doppia vita è che osteggiano pubblicamente le loro pulsioni sessuali: durante la messa del mattino devono dire che l’omosessualità è peccato, poi di sera fanno sesso virtuale, oppure escono per fare incontri. Abbiamo anche parlato con seminaristi angosciati dal fatto di essere gay e che hanno scelto di diventare preti proprio come copertura per il loro orientamento sessuale.
D: Ovviamente lei ha protetto l’identità di queste persone.
R: Sì, abbiamo coperto i loro volti e non vogliamo condannare nessuno. Ma lanciare un messaggio alle varie chiese: hanno un grande problema da risolvere, perché stanno condannando i loro uomini a una doppia vita che può diventare pericolosa. Certe omelie e prediche hanno come conseguenza la violenza fuori e dentro di casa, allontanamenti dalla famiglia e persino suicidi. È inaccettabile che nel 21 esimo secolo succeda ancora tutto questo.
D: In Brasile com’è la situazione?
R: Critica. Tutti i giorni ci sono gay vittime di violenza, se non uccisi, per il solo fatto di essere gay. Per il documentario abbiamo parlato con la mamma di una ragazza di 16 anni presa a sassate alla fermata dell’autobus perché lesbica. Nel Paese ci sono psicologi che ritengono l’omosessualità una malattia e che per questo sostengono la cosiddetta ‘Cura Gay’. Abbiamo parlato anche con una di loro. Ma, dal Brasile agli Stati Uniti, anche con il leader di un movimento conservatore che, dopo aver ‘curato’ gli omosessuali per 20 anni, ha fatto coming out.
D: In patria e all’estero com’è stato accolto Amores Santos?
R: Quando è stata diffusa la notizia della sua realizzazione abbiamo ricevuto minacce. Di sicuro è un film forte, con scene molto pesanti. Anche se non è uscito nelle sale, è stato proiettato in vari festival Lgbt o ad eventi speciali come quello di Milano. Non lo hanno fatto in tanti, ma chi lo ha visto lo ha apprezzato molto e ha capito il suo scopo. È questo l’importante.