Sguardo intenso, fianchi accoglienti e un’espressione piena di passione. Hanno la pelle morbida al tatto, gli zigomi perfetti e qualche imperfezione. Proprio come gli esseri umani. Ma i Sexbots sono umanoidi. Progettati per essere infaticabili servi della vita sessuale contemporanea. Insomma il futuro del desiderio potrebbe quindi essere racchiuso negli ingranaggi di un macchinario, pensato per viziare e assecondare ogni pulsione e fantasia del suo padrone.
Padroni in continuo aumento. Tanto che secondo un report dello scienziato e futurologo Ian Pearson nel 2050 il sesso con i robot potrebbe superare quello fra esseri umani e quindi in paralello le persone arrivebbero a preferire gradi di parentela e rapporti con macchine piuttosto che con gli umani, come spiega l’analista culturale Sherry Turkle. I modelli più innovativi sono ancora in produzione, ma i costi delle Real Doll rientrano in una fascia di prezzo che va dai 3 mila ai 10 mila dollari (2.500-8.500 dollari). Una vera fortuna.
Ma c’è anche chi rifiuta e condanna la robophilia. Come Kathleen Richardson, antropologa e ricercatrice di Etica della robotica alla De Montfort University di Leicester. Preoccupata degli effetti che questi macchinari potrebbero avere sulla psiche umana ha lanciato una campagna contro l’utilizzo dei robot a fini sessuali. Secondo l’esperta queste macchine, che hanno principalmente sembianze femminili, sono la copia della rappresentazione pornografica che si ha della donna e «non sono altro che l’ennesimo strumento che l’uomo usa per riaffermare il proprio dominio sull’altro, mettendo in moto un meccanismo molto pericoloso che potrebbe acutizzare gli stereotipi di genere e la misoginia».

Kathleen Richardson.

Kathleen Richardson.

DOMANDA: Secondo alcuni esperti, i Sexbot sono la tendenza tech del 2016. Un essere umano potrebbe realmente innamorarsi di loro?
RISPOSTA: Stiamo parlando di una rappresentazione composta soltanto da qualche circuito meccanico. Non credo che si possa parlare di innamoramento quando c’è di mezzo una macchina.
D: Perché?
R: Rifiuto l’idea secondo la quale si possa costruire una relazione interpersonale sbilanciata da un solo lato. Puoi provare un sentimento ed essere ricambiato oppure no, ma una macchina non può corrisponderti anche se questi dispositivi sono programmati per dire «Ti amo». Insomma, non esiste reciprocità. Esistono persone sessualmente attratte dalla Torre Eiffel, ma questo monumento non può dire sì o no. La stessa cosa vale per questi umanoidi.
D: Matt McMullen (il Ceo dell’azienda Real Doll, ndr) ha dichiarato che il loro fine ultimo è quello di creare un Sexbot che si comporti esattamente come una donna, in grado di godere di quell’atto sessuale.
R: Peccato che un robot sia e rimanga un oggetto, mentre una donna è una persona. Questa associazione mentale è pericolosa.
D: Perché?
R: Proietta immagini sbagliate di potere e controllo dell’uomo su ciò che lo circonda. Il messaggio che passa è: voglio qualcosa o qualcuno a cui io possa controllare le reazioni e il piacere, ma soprattutto voglio qualcuno che possa gratificare qualsiasi mio bisogno.
D: David Mills (il proprietario di Real Doll, ndr) ha dichiarato a Vanity Fair: «Le donne hanno goduto per più di 50 anni di sex toys, ma gli uomini sono sempre stati stigmatizzati. Dobbiamo correggere questo: voglio essere la Rosa Parks delle Sex Dolls. Gli uomini non siederanno più in fondo all’autobus». Come commenta?
R: Mi pare una dichiarazione fuori luogo. Rosa Parks è stata un’attivista dei diritti civili, un’icona che ha rischiato la vita. Ma il vero problema è un altro.
D: Quale?
R: Un oggetto che simula una singola parte del corpo non rappresenta qualcosa di problematico perché non ha una forma umana, diverso è quando vengono prodotti oggetti sessuali con una forma che rimanda chiaramente al corpo di una donna. L’impatto sociale è molto diverso.
D: Un robot può curare patologie psichiatriche?
R: No, penso che chiunque sia interessato a risolvere un problema debba rivolgersi a un esperto.
D: Non potrebbe essere d’aiuto nemmeno ai pedofili?
R: Assolutamente no. Non possiamo dire a un pedofilo o a una persona che usa violenza sulle donne «ok, ti abbiamo creato una donna finta: ora vai e sfogati con lei!». Sarebbe un effetto placebo.
D: True Companion, una delle prime realtà industriali a occuparsi dello sviluppo di questi dispositivi, sta realizzando anche un robot maschile, Rocky.
R: Immagino che i consumatori di questo prodotto siano soprattutto altri uomini, probabilmente omossessuali.
D: Secondo lei quindi non si rivolgono a entrambi i sessi?
R: Penso che vogliano soltanto dare l’impressione che la pornografia sia appannaggio di tutti. Ma sappiamo che non è così, basta osservare nelle nostre città quanto il mercato del sesso sia tutto rivolto ad un pubblico maschile, ricco e occidentali.
D: La sua campagna contro l’uso dei Sexbot è solo una questione femminile?
R: No, perché ci sono molti uomini che supportano questo messaggio.
D: Lei è femminista, dottoressa Richardson?
R: Penso di esserlo diventata.
D: L’hanno mai discriminata in questo dibattito perché è una donna?
R: Sì, è successo. Se sei una donna, se fai domande o discuti sul sesso sei immediatamente inserita nella lista nera della femminazi (ride, ndr), un termine che io trovo molto divertente, parecchio diffuso su Internet. Dirò di più: sono proprio orgogliosa di essere una femminazi.