Vado al bar a fare colazione tutte le mattine oppure aperitivo di pomeriggio. Abito a Roma in una zona di università americane. I bar espongono i menù in doppia lingua, come se fossimo all’estero. Servono pan cakes e french toast. Nei panini ci mettono la pancetta e l’uovo. I caffè te li possono anche dare ‘to go‘, in grandi bicchieri di carta.
I tavoli sono spesso occupati da studenti americani che parlano fra di loro in inglese, bevono, ridono, fumano.

È così che ho conosciuto Joanne. L’ho vista un po’ di volte a colazione con i suoi amici, poi una sera al tramonto da sola e abbiamo parlato: stava aspettando qualcuno e quel qualcuno non è venuto, allora si è seduta al tavolo con me perché nel frattempo ci eravamo scambiati qualche parola con la scusa delle cartine per le sigarette e l’accendino.
Joanne è nera, molto magra, non tanto alta. Gli occhi grandi, scuri, le labbra grosse, carnose, i capelli sottili e secchi. Forse ce li ha ricci al naturale, ma se li alliscia. Non le viene bene, ma non importa, perché Joanne è una bomba sexy. Indossa sempre vestiti elasticizzati, aderenti, di colori militari: tutte le tonalità del verde scuro. Ai piedi scarpe Converse, blu, alte.

Joanne ride tantissimo quando parlo, forse perché sono italiano e gli italiani, con quel loro accento strambo in inglese, che mettono le vocali alla fine di tutte le parole anche quelle che finiscono in consonante, quel modo di gesticolare così ampio e sgraziato, agli americani fanno ridere per simpatia.
È bella Joanne quando ride, perché ha i denti bianchissimi e poi non ha filtri: si diverte e basta. Nessuna mediazione le passa per la testa, mi tocca il braccio, si inclina all’indietro per risate sgraziate e rumorose.
Iniziano a capovolgere le sedie sui tavolini, il bar chiude. Dopo l’aperitivo decidiamo di continuare la serata assieme. Andiamo a bere a Trastevere. Uno, due, tre spritz di fila. Joanne beve e sembra che non le faccia effetto: è solo più leggera, ha ancora meno filtri, mi tocca di più, mi abbraccia, ride di più. Il suo tocco è caldo, il palmo della mano ruvido.

Trastevere - Roma

A un certo punto, non resisto più: in un vicolo buio, mentre ci stiamo spostando verso un altro locale, la prendo e la schiaccio contro la parete, una di quelle pareti consumate dal tempo e imbellite di edera che si trovano solo a Trastevere. La bacio, le avvolgo le labbra – sono estremamente grandi, carnose, calde: una caverna in cui perdersi -, le infilo la lingua e la sua è ampia e spugnosa, proprio come me l’ero immaginata in mezzo a quei denti bianchissimi e luminosi. Sa di alcool e sigarette, di arancia e aperol. I suoi occhi mi fissano mentre la bacio e ardono di desiderio senza limiti, senza freni, senza filtri.
Il suo corpo magro è schiacciato sotto il peso del mio, aderisce, si muove sinuoso, scivola. Il mio membro tocca parti differenti di lei: è come se stesse facendo una danza esotica sotto il mio corpo e per questo sfugge, cambia continuamente la mappa del suo corpo. È diversa da tutte le altre donne con cui sono stato: il sesso per lei è una danza da ballare a ritmi feroci. Mi tiene la nuca fra le mani, mi accarezza i capelli, me li scompiglia mentre la bacio.
Poi mi prende il pene in mano, lo lavora attraverso i pantaloni, ma presto decide che lo vuole libero e se ne frega se siamo per strada, a Trastevere. Apre la cerniera, sposta i boxer e lo afferra, lo massaggia con movimenti circolari, dalla punta alla radice. Inizio a godere, impazzisco di desiderio. Per un attimo mi fermo a pensare, penso all’assurdità della cosa: poche ore fa ero al solito bar a fare aperitivo e ora mi ritrovo con una sconosciuta americana a fare sesso in un vicolo di Trastevere, completamente ubriachi. Il pensiero mi eccita, mi eccita l’imprevedibilità della vita.
La giro, mettendola di faccia al muro. Le sollevo il vestito aderente verde militare, scopro un paio di tanga sottilissimi, che esaltano il culo abbondante e sodo. Glieli abbasso, infilo il pene, mentre con le mani la tengo bloccata alla parete.
Lei dice solo: «Fuck me», invogliandomi a continuare.

Glielo spingo dentro, ma ogni tanto mi guardo attorno, per vedere se c’è qualcuno che ci può vedere, qualcuno per strada o alle finestre. Joanne invece sembra fregarsene totalmente: vuole solo essere scopata. Mi offre il culo in una posizione più comoda, per prenderlo meglio.
Sposto le mani dalle sue mani alle tette, gliele afferro da dietro, poi ne lascio solo una e con l’altra scendo verso il pube, glielo tocco. Il liquido che è dentro la vagina ha già unto l’interno delle cosce. Tutto scivola con una fluidità che non è solo fisica, è anche di sensazioni, emotiva.
Lei mi sposta la mano dal clitoride, mette la sua, si tocca come piace a lei. La lascio fare, perché nel frattempo voglio afferrarla per i fianchi, che sono larghi, e la tengo ferma, immobile, in modo che i colpi, dentro, siano sempre più secchi e precisi.
Il fatto è che ora vorrei venire, non abbiamo preservativi, e non vorrei metterla incinta. Sento che sto per arrivare al culmine. Sfilo il pene. Le dico:
«I’m coming», forse un po’ umiliato.
Lei si gira, ride. Si inginocchia e me lo prende in bocca.

Un signore passa con un cane, mentre lei me lo sta succhiando e leccando e non si ferma. Facciamo finta di niente, anche l’uomo fa finta di niente. Continua a passeggiare col suo cane. Il cane si avvicina ai miei piedi, vuole odorarmeli. L’imbarazzo è totale, sto per perdere l’erezione. L’uomo tira via il cane e procede spedito verso la fine del vicolo, verso il buio.
All’improvviso, come un attacco, Joanne mi tocca l’ano con un dito: sento le unghie lunghe e curate e un anello che mi graffiano.
Ma intanto succhia il cazzo, lo morde, avvolge la radice con la mano decisa. Mi accarezza la zona attorno all’ano con delicatezza, è un massaggio intimo, che mi arriva dritto al cervello. Poi, mi tocca le palle, le sfiora. Un’altra persona sta per entrare nel vicolo. Nemmeno questa volta si ferma. Ho fretta di venire, voglio avere l’orgasmo prima che la persona ci passi accanto: è una signora di una sessantina d’anni.
Allora Joanne si spinge il cazzo tutto dentro la bocca, lo fa arrivare fino a quando non scompare completamente. Solo allora vengo, la invado di sperma caldo. Si affretta ad alzarsi e a pulirsi con il dorso della mano.
La signora è a due passi da noi. Io mi richiudo rapidamente la cerniera, senza nemmeno preoccuparmi di sistemare i boxer.
«Cerniera sistemata», dice Joanne fissando la signora: il tono è ironico ma vestito di serietà. Un attimo dopo scoppia a ridere con i suoi denti bianchissimi, la sua risata senza filtri.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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