Uno dei fil rouge proibiti che unisce attraverso i millenni mitologia e pornografia è quello della zoofilia. Termine ombrello che, di per sé, può indicare diverse sfumature nel rapporto umano-animale, ma che viene spesso a coincidere con il concetto di zooerastia, che include l’idea del rapporto sessuale altresì noto come bestialità. Dalla mitologica Pasifae, invaghitasi del toro da cui avrebbe generato il Minotauro, alle imprese sbandierate prima e negate poi da pornostar di altri tempi, fino alle aule di tribunale, dove i giudici si dividono su limiti e confini di una pratica considerata in primis come un abuso nei confronti dell’animale.

PARAFILIA IMPENETRABILE
Succede in Canada, dove un uomo è stato assolto dall’accusa di bestialità perché astenutosi da rapporti penetrativi con il cane di casa. Ma, al netto della filosofia giurisprudenziale e delle sue interpretazioni, l’idea di zoofilia rimane. Quanto sia diffusa tra la popolazione è difficile dirlo. È, ovviamente, una parafilia tra le più estreme (e condannate). Nonché tra le più studiate, anche perché coinvolge campi di studio tra i più disparati: psicologia e neuroscienze, ad esempio, ma anche etica e, appunto, giurisprudenza. Perché, come tutte le parafilie, la zooerastia continua a celare il suo nucleo essenziale. Se ne possono analizzare forme, varianti e declinazioni, senza essere mai in grado di rispondere alla domanda chiave: perché?

RITO, CRIMINE, ATTO D’AMORE
In uno studio del 2005, la psicologa Andrea Beetz ha ammesso che solo negli ultimi anni la pratica zooerastica si sta liberando del suo carattere proibito che aveva tenuto lontano studiosi e accademici da una sua analisi compiuta. Finora, inoltre, gli studi hanno preso in esame soprattutto casi legati a episodi criminali, così da dipingere un quadro che, sempre secondo Beetz è parziale. La studiosa, comunque, considera la zooerastia come una pratica al confine tra crimine, amore e parafilia. Più fortunati storici e antropologi, che per ora si accontentano di catalogare le espressioni che la zooerastia ha avuto, attraverso i secoli, da un capo all’altro del globo. Si va dai riti primitivi simboleggianti il potere, e di cui si trova traccia anche nei graffiti della Val Camonica, in provincia di Brescia, alle pratiche degli indiani Hopi e Inuit, fino ai templi indiani e svedesi che, tra decine di statue e incisioni, trovano spazio anche per la rappresentazione dell’atto proibito.

IL PARADOSSO GIAPPONESE
E nel terzo millennio? In molti paesi la zooerastia è proibita. Diversi stati USA si sono dotati di una legislazione specifica solo nell’arco degli ultimi vent’anni. Ma, in generale, si tende a far rientrare nel vasto alveo dei maltrattamenti nei confronti degli animali, o comunque oscena. E, a proposito del concetto di oscenità, vale la pena concludere questa carrellata volgendo lo sguardo al Giappone. Il Sol Levante è la patria di un particolare topos narrativo, quello dello ‘stupro tentacolare‘ (shokushu goukan): altra definizione parziale, visto che a volte può rappresentare rapporti consensuali, ma che indica tutta quella produzione narrativa dove giovani donne sono preda degli appetiti sessuali di esseri più o meno mostruosi dotati di tentacoli. Piovre comprese. L’aspetto interessante è che gli artisti giapponesi del ‘900 hanno ripiegato su questa forma artistica, risalente almeno al secolo precedente, proprio per sfuggire alla censura giapponese, che vieta la rappresentazione dei genitali. Così, il pene è stato sostituito dai tentacoli. E la zoofilia è diventata un mezzo per la libertà di espressione.