Un buco nero. Un non-luogo. Un posto sospeso nel tempo e nello spazio, lontano dagli sguardi e dalle coscienze dell’opinione pubblica. Una zona franca calata nei rumori sordi e silenziosi di cancelli che si chiudono. E molto spesso non si riaprono più. Sembra essere questo il carcere, in Italia: un perimetro molto ristretto, fatto di muri concreti e astratti, pensato per la rieducazione e per l’espiazione. Espiazione che passa anche attraverso la privazione della sessualità, una pena corporale implicitamente inflitta ai detenuti nonostante gli avvertimenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): «Una vita sessuale soddisfacente è un diritto di ogni essere umano, al pari del mantenimento di un buono stato di salute generale». Così l’astinenza forzata diventa una violenza istituzionale che nessuna legge ha mai formalmente autorizzato e che si scontra con le linee guida della legislazione nazionale e internazionale che vietano pene aggiuntive alla privazione della libertà, a meno che non siano stabilite dalla sentenza.

«Lo scopo del carcere nella sua completa applicazione è l’infantilizzazione del detenuto. Una sorta di condizione minorile artificiale che si attua anche con la negazione della sua sfera sessuale, esattamente come la negazione della sfera sessuale ha connotato per secoli l’educazione dei minori», spiega il senatore del Partito Democratico Luigi Manconi.

IL SESSO C’È MA NON SI VEDE

Quando si tratta di carcerati, la società percepisce il sesso come un vizio o, addirittura, come un premio che va guadagnato. Poco importa se all’interno delle mura dei penitenziari si consumano stupri o se si è vittime di una sessualità corrotta e incontrollata. Che, complice il divieto arbitrario della circolazione di contraccettivi, permette al virus dell’HIV di diffondersi rapidamente, come sottolineava già nel 2010 il Simspe (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria): in quell’anno l’organizzazione dichiarava di essere riuscita a testare circa il 60% dei detenuti (il test non era obbligatorio, ndr) e di dichiararne malati un numero corrispondente tra il 7 e il 10% .

REISERIMENTI RISCHIOSI

Non bisogna poi sottovalutare i rischi a livello affettivo. Secondo Lucia Castellano (ex direttrice della Casa di reclusione di Bollate, ndr) e Marina Valcarenghi (per anni alla guida di un gruppo di psicoterapia nel reparto di isolamento maschile del carcere di Opera, ndr), questa mutilazione indotta colpirebbe alla radice la personalità del detenuto in maniera irreversibile, spingendolo in una condizione di profondo disagio che talvolta può indurlo alla morte. Per la dottoressa Valcarenghi, poi, la perdita di sicurezza potrebbe ricadere sulla società: un detenuto che tenta il reinserimento dopo una pena disumana ha scarse probabilità di reintegrarsi nel rispetto delle regole.
«Il processo di prigionizzazione consiste nella perdita della capacità di vivere in società, fenomeno che si manifesta, solitamente, dopo la detenzione. Il reinserimento sociale diventa quindi complicatissimo e a volte impossibile. In molti studi, alcuni dei quali risalenti addirittura agli Anni ’40, la privazione dei rapporti sessuali viene indicata esplicitamente come uno degli elementi centrali della desocializzazione», ribadisce infine Emilio Santoro, presidente dell’Associazione L’Altro Diritto e docente di Filosofia del Diritto all’Università di Firenze.

L’INVITO DELL’UNIONE EUROPEA

Eppure alcune direttive europee risalenti al 1985, già invitavano gli Stati appartenenti alla Comunità ad adottare misure necessarie a tutelare la vita intima dei detenuti. Invito recepito da alcuni e non colto da altri. Come l’Italia. D’altronde, come aggiunge Manconi, non esiste un Ente che ha il potere di punire: «Esiste la Corte europea di Diritti Umani davanti alla quale si porta un esposto in cui si richiede il riconoscimento di un diritto, una volta che si siano esauriti tutti i gradi in Italia. Se non c’è stata alcuna condanna contro il nostro Paese è semplicemente perché non c’è mai stata discussione su un caso concreto».

CAMERE DELL’AMORE COME IN FRANCIA?

Il 2015 però potrebbe essere l’anno della svolta. Perchè sulla scia di modelli che funzionano in Paesi come Francia, Germania, Belgio e Spagna, è arrivata la proposta presentata dal deputato democratico Alessandro Zan alla commissione Giustizia della Camera: «Si tratta di un disegno di legge che prevede la creazione di luoghi, senza telecamere e guardie, dove i detenuti possano stare per alcune ore con figli e partner, liberi di scambiarsi una carezza o un bacio». Il 3 novembre c’è stata un’audizione, via Skype, alla quale hanno partecipato anche i detenuti, gli operatori, i direttori delle carceri e le famiglie. «Tutti hanno potuto raccontare le loro vicissitudini, le loro speranze. I familiari hanno potuto descrivere la loro condizione di prigionieri di riflesso, perché privati, di fatto, della possibilità di stare con il proprio caro in privato perché quando si fa visita ad un recluso ci si trova in un grande stanzone con altre persone, in una situazione di promiscuità e di caos», racconta Zan.

La proposta di Zan procede di pari passo con  la legge delega di riforma del Codice di Procedura Penale e dell’ordinamento penitenziario, approvata dalla Camera a settembre 2015: «Al suo interno c’è un comma sulla questione dell’affettività in carcere che, però, è enunciato sotto forma di principio e i contenuti devono essere ancora tutti inseriti», chiarisce il deputato.