Di sesso non si poteva parlare. E non se ne doveva fare troppo. La società dell’epoca vittoriana, il periodo della storia inglese che coincide con il lungo regno della Regina Vittoria, (1837-1901), doveva essere casta e irreprensibile. Certo, la borghesia di notte diventava viziosa e scendeva nei bassifondi per comprare minuti di piacere con le prostitute (le vittime preferite di Jack lo Squartatore) e fu questo il periodo storico che vide la nascita della pornografia, grazie all’invenzione della fotografia. Ma questa è un’altra storia. Certo non quella raccontata da Therese Oneill nel libro Unmentionable: The Victorian Lady’s Guide to Sex, Marriage, and Manners, una retrospettiva sulle norme, anche sessuali, di un’Inghilterra ancora profondamente puritana.

IL SESSO FACEVA PAURA
Nell’Inghilterra della Regina Vittoria (che ebbe ben nove figli), il sesso era funzionale alla procreazione, non un piacere. Per cui, tutto doveva ridursi all’essenziale: da evitare assolutamente la ‘pecorina’, ma sconsigliato anche il sesso in piedi, così come le varianti del missionario. Come quella in cui la donna porta le ginocchia al petto, che nel Kāma Sūtra si chiama ‘piditaka’. «Nessuna donna può desiderare un simile rapporto perché così non gode. Una donna di costituzione delicata in queste posizioni può farsi molto male», si poteva leggere nei manuali dell’epoca. Manuali, esatto, perché se di sesso non si parlava, la curiosità comunque c’era. Certo, le donne dovevano vivere una paura costante: era opinione comune che fare sesso dopo un pasto pesante potesse causare loro un infarto e che i figli concepiti da ubriachi sarebbero nati affetti da disabilità e malattie nervose. Anche la prima notte di nozze era un incubo: il sesso troppo ‘spinto’, frutto di una lunga attesa, poteva addirittura causare una fatale emorragia per la sposa. Se il sesso, che era meglio fare al buio, era mal visto, figuriamoci quale potesse essere l’opinione comune sulla masturbazione, lo spreco per eccellenza. Ebbene, secondo gli esperti dell’epoca, questa pratica solitaria poteva addirittura interrompere le funzioni vitali e, nei più giovani, la crescita degli organi.

LA REPRESSIONE E IL DESIDERIO
Tutta questa repressione non poteva che portare ad una irrefrenabile voglia di fare sesso. Il gusto del proibito, insomma. I rapporti con le prostitute erano condannati, eppure i quartieri a luci rosse vedevano un viavai continuo di uomini, appartenenti ad ogni ceto sociale. Le ragazze ‘bene’, invece, erano costrette a preservare la verginità per il marito: la maggior parte delle donne intervistate a metà dell’Ottocento dall’accademica e femminista Clelia Duel Mosher, ammisero candidamente che prima del matrimonio la loro conoscenza del sesso si limitava a ciò che avevano visto negli accoppiamenti tra animali. Le stesse donne, comunque, dichiararono di essere «attive», con uno o più rapporti a settimana, e di trovare il sesso «piacevole», anche se non è dato sapere in che misura. O in base a quale scala di godimento.

ORGASMO, QUESTO SCONOSCIUTO
L’opinione comune (o forse quella degli uomini) era che le donne godessero poco o per niente durante il sesso. E che, in ogni caso, non potessero certo raggiungere l’orgasmo in assenza della penetrazione maschile. Oggi la vicenda fa sorridere, ma il ‘massaggio pelvico’, considerato l’unica cura possibile per l’isteria femminile, non veniva nemmeno considerata masturbazione: così nacquero i primi vibratori. A proposito, la pulizia delle le parte intime era considerato un atto impuro, perché poteva indurre proprio alla masturbazione. Se molte donne per mantenere la virtù rinunciavano all’igiene, quelle che invece sceglievano di lavarsi dovevano usare una spugna immersa nell’acqua fredda: la sensazione di calore avrebbe altrimenti incoraggiato la masturbazione. Un piacere che, ironia della sorte, le donne si sarebbero potute concedere se avessero sfruttato a dovere le mutande con l’apertura in basso tanto in voga all’epoca. Peccato che andassero di moda solo perché rendevano più facile l’evacuazione. Altro che lingerie sexy.