La categoria Lesbian è tra le più cliccate su ogni sito porno che si rispetti, e certamente non solo dalle lesbiche. Tanti che nel privato apprezzano sinuose movenze, seni, fianchi e corpi armoniosi che si adattano l’uno all’altro, ritengono però ancora come offensiva o scandalosa una scena d’amore fra due donne sul grande schermo. Fatto sta che il sesso lesbo si è fatto strada da tempo nel mondo del cinema, affermandosi nell’immaginario erotico. E non solo in quello privato e vergognoso da porta chiusa e volume basso, come sottolineato da questi dieci titoli.


MIRIAM SI SVEGLIA A MEZZANOTTE (Tony Scott, 1983)
Corpi androgini, spalline imbottite e vampiri bisessuali: ecco Miriam si sveglia a mezzanotte, presentato fuori concorso al 36esimo Festival di Cannes. Miriam (Catherine Deneuve) è una vampira dallo stile di vita decadente che ogni due o tre secoli è costretta a cambiare compagno perché, purtroppo, i non immortali non durano in eterno. Sarah (Susan Sarandon) è una giovane dottoressa che si trova a visitare John (David Bowie), il compagno di Miriam, ormai agli sgoccioli. Miriam seduce Sarah, la bacia, la sfiora e la morde sul collo. Le mani di Miriam indugiano sul corpo di Sarah, un tocco lieve, dita di seta gelida (è pur sempre di una vampira che stiamo parlando). I baci in penombra si susseguono dolcemente, Susan Sarandon socchiude le labbra e trasalisce quando gli abbracci si fanno più avvolgenti e la presa più salda. Lo scalpore suscitato da questa scena è sproporzionato, considerando che la nudità è poca e quasi sempre velata dalle tenebre: ti aspetti fino all’ultimo di vederle L’origine del mondo (celebre dipinto di Gustave Courbet) ma ti devi accontentare dell’estasi sul viso di Sarah.


POMODORI VERDI FRITTI ALLA FERMATA DEL TRENO (Jon Avnet, 1991)
Negli Anni ’30 nel Sud degli Stati Uniti non è facile vivere una storia omoerotica e, ancora meno, è facile raccontarla. Qualche decina d’anni dopo, all’uscita della versione cinematografica di Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop, poche cose sono cambiate. Tocca quindi camuffare quella che Fannie Flagg aveva inteso come una storia d’amore struggente e passionale in un’amicizia, che agli occhi dei più furbi risulta essere troppo piacevolmente fisica e troppo delicatamente esclusiva per essere solo un’amicizia. La scena della lotta col cibo è metafora di un rapporto sessuale: riprese fotografiche di pomodori, tondi e pieni come seni, spatole che eseguono rotazioni nel cioccolato suggerendo ben altri movimenti di polso. Ruth e Idgie sono sole in cucina col viso arrossato. Ruth ha il fiato corto e le labbra umide, Idgie si muove a scatti, fluttuando leggera appena si trova più vicina all’amica. Afferra un pugno di farina immergendoci le dita con decisione, lo strofina addosso a Ruth in una carezza granulosa: troppo contatto fisico per uno scherzo fra amiche. La bocca catturata in un’allusiva «O» rotonda è il preludio a ritmi più intensi e contatti più ravvicinati. Annaspano, si lanciano addosso alimenti e liquidi di ogni genere, indugiando generosamente l’una sul corpo dell’altra e, soprattutto, uscendone ansimanti dalle risate e bagnate fradicie. In cucina fa caldo, se ne accorge facilmente un cliente che entra a curiosare, con il piacere imbarazzato del voyeur.


BOUND-TORBIDO INGANNO (Andy e Larry Wachowski,1996)
Una indossa un abitino di pizzo e l’altra una canottiera da muratore eternamente sporca. Una ha una vocina dolce e sottile, l’altra tatuaggi virili e una discreta abilità nel riparare tubi. Si sfila delicatamente le spalline del reggiseno, abbassando la voce di qualche ottava e ammiccando suadente, finché ecco sopraggiungere l’effetto calamita: le mani dell’una che avvolgono i seni dell’altra in una presa salda, poi le labbra che si sfiorano e l’erotismo elitario di chi riesce a eccitare solo sfiorando un gomito. Corky (Gina Gershon) è un’ex carcerata con le mani ruvide e la canotta unta di grasso, Violet (Jennifer Tilly) ha le labbra rosse, eternamente umide. Siamo a casa sua, in cucina, dove Corky è piegata e intenta a riparare un qualche tubo del lavandino. Qualche passo leggero della padrona di casa che si avvicina, e Corky si alza, percorrendo con gli occhi il corpo di Violet: da lì a breve lo percorrerà da molto più vicino. La musica accompagna il vorticoso crescendo dell’erotismo di Bound-Torbido inganno, finché il turbine raggiunge le più alte vette e i capelli delle due protagoniste si confondono. Corky tuffa le dita e la bocca nelle curve di Violet, le tappa la bocca con forza, soffocando gemiti e urla, costruisce spirali attorno ai suoi capezzoli e lascia che l’altra le getti via la canotta e la lecchi a lungo. L’amore saffico, un motivo come un altro per scappare dalla malavita, soprattutto quando il crimine, oltre a non pagare, non ti dà la stessa soddisfazione. Il primo film dei fratelli Wachowski è una storia di attrazione e riscatto per due donne, una preda e compagna di un malvagio boss della malavita, l’altra idraulico dai modi spicci e dai gesti bruschi. L’unica maniera di scappare è tentare un furto di due milioni di dollari, perché tanto vale fuggire in pompa magna, ma non è detto che non siano loro a rimanere impigliate nella tela che credevano di aver così abilmente tessuto…


GIA -UNA DONNA OLTRE OGNI LIMITE (Michael Cristofer, 1998)
La vita di Gia Carangi è abilmente dipinta in questo film biografico dalle note drammatiche e dai toni lirici, in cui la storia d’amore con Linda, la bionda truccatrice conosciuta sul set, è strettamente connessa alla tragica storia di droga e dipendenza, di progressiva perdita del senno e dei tragici riscontri dell’AIDS. «Per favore rimani, ti preparerò la colazione!»: difficile rifiutare quando chi te lo chiede ha gli occhi da gatta, un corpo perfetto e le labbra più belle di Hollywood. Angelina Jolie, nel film che forse più di ogni altro l’ha lanciata come sex symbol, è Gia Carangi, modella lesbica scomparsa a 26 anni a causa di complicazioni associate all’Aids. Gia si esibisce su un set fotografico strofinandosi nuda contro una rete metallica e piroettando leggera occhieggia la bella truccatrice (Elizabeth Mitchell), che, sopraffatta dal cocktail candore/spensieratezza infantile + seni tondi e turgidi contro metallo arrugginito + allusiva danza della pioggia senza pioggia, sogna di sbottonarsi la camicia e di correre fra le braccia della modella. Le istantanee di baci e di corpi che si cercano fra i fili della rete restituiscono chiaramente il senso della scena, l’anticipazione di quella che sarà la storia di passione e trasgressione di Gia e Linda.

KISSING JESSICA STEIN (Charles Herman-Wurmfeld, 2002)
Jessica è impacciata, nevrotica, precisa ogni sensato limite. Un’ebrea di Scarsdale col freno a mano tirato quando si tratta di sentimenti, con le spalle rigide e nevrosi fisiche adolescenziali. «Per favore non toccarmi la pancia! Non lo sopporto!»: non ci sono uomini nella vita di Jessica, perché gli uomini sono brutti, sporchi e cattivi e poi, si sa, quando sono eterosessuali hanno sempre qualcosa che non va. Un giorno, Jessica incontra Helen, che è molto, molto diversa da lei. Ha le braccia magre, è capace di essere felice e, soprattutto, ha orgasmi fragorosi. Certo, c’è il trascurabile dettaglio che Jessica non è lesbica. Ma quando incontri una persona che ama Rilke come lo ami tu, il meno che puoi fare è smettere di temporeggiare, spegnere la luce e cercare di non mandare in frantumi un corpo che ha le tue stesse curve, ma in modo diverso. Nonostante Jessica cerchi in tutti i modi di rimandare il fatidico momento della prima volta con Helen, in una notte piovosa, è costretta suo malgrado a lasciarsi andare: nel suo letto di bambina si accoccola fra le braccia di Helen, che sa come muoversi e come toccarla. Mugolii estatici, corpi armoniosi in lenzuola di seta: dopo un bicchiere di vino tutto è possibile.

VIOLA DI MARE (Donatella Maiorca, 2009)
Sequenze d’amore pruriginoso si alternano a cieli immensi e strade di pietra, in una poetica della sessualità di cui la natura è metafora che ne ha fatto un film culto delle lesbiche italiane. Il piacere ha qualcosa di clandestino e in riva al mare ha tutto un altro sapore. Se ci si sofferma solo sull’evidente denuncia sociale del film, che fa del melodramma il suo leitmotiv, le scene di sesso potrebbero sembrare vaghe e frettolose, tanto da far dubitare che sia realmente accaduto qualcosa. Tuttavia, la celebre sequenza girata in notturna non lascia spazio a fraintendimenti. Si stringono affannosamente, i due corpi che si fondono e si afferrano a vicenda, affondando l’uno nell’altro, in un incastro così perfetto da essere quasi crudele. Alla vista di Angela (Valeria Solarino) che le morde il seno, Sara (Isabella Ragonese) spalanca la bocca e, per un momento, non è più possibile considerare questo film solo come un melodramma. La sensualità trasposta vividamente sullo schermo è la stessa emanata dalle onde del mare e dal senso di urgenza delle riprese.

CHLOE-TRA SEDUZIONE E INGANNO (Atom Egoyan, 2009)
Catherine (Julianne Moore), una ginecologa di Toronto, è tormentata dall’ossessione che il marito le sia infedele, al punto di decidere di assoldare Chloe (Amanda Seyfried), una giovane e splendida prostituta, per tentarne la fedeltà. «Toccami come ti tocca mio marito» chiede Catherine a Chloe, che però alla testa brizzolata e alle spalle larghe di David preferisce i lunghi capelli rossi e la pelle morbida e candida della sua datrice di lavoro. Catherine è frenata e impaurita. I suoi movimenti legnosi si alternano ai baci appassionati e alle carezze esperte di Chloe, un fiume in piena che la spinge contro la parete e poi a letto, finché tutto è così nebuloso da sembrare onirico. Tacchi a spillo, smalto rosso e lenzuola costose: il background perfetto per una scena di sesso inquietante, fatta di mani veloci, labbra affamate e visi quasi sofferenti, trasfigurati dal piacere, dalla sensualità della nudità accennata e della perdita di inibizioni.


ROOM IN ROME (Julio Medem, 2010)
Ode ai gemiti senza vergogna, all’impero dei sensi degli asciugamani candidi allacciati sapientemente su corpi appagati da un amplesso senza redini e incredibilmente rumoroso, poetica di morsi sulle spalle, graffi sulla schiena, carezze all’angolo del pube e capelli afferrati saldamente. La camera da letto è certamente un luogo confortevole, ma è nella doccia che le protagoniste di Room in Rome finiscono per allacciarsi, spingere e muoversi tanto furiosamente da non poterne più. Un simultaneo senso di fame, un crescendo di tensione sessuale, che scoppia all’improvviso in una stanza d’albergo. Un magnetismo animale si impadronisce di due turiste sconosciute e molto diverse fra loro, costringendole a non riuscire nemmeno a vedere Roma, a non potersi staccare lo sguardo di dosso neppure un momento. Niente luci soffuse, candele o petali di rosa: l’ambientazione ha poca importanza quando vuoi solo essere parte del corpo dell’altra.

VITA DI ADELE (Abdellatif Kechiche, 2013)
Vita di Adele, la storia d’amore lesbica più celebrata nella storia del cinema mainstream: due protagoniste giovanissime, di cui una alle primissime armi. Niente goffaggine o imbarazzo da prima volta, ma due corpi che si trovano immediatamente come pezzi di un puzzle e che istintivamente sanno come prendere e dare piacere. La bella Emma dai capelli blu soffia come una gatta, schiaffeggia ritmicamente il posteriore di Adele e si immerge fra le sue cosce come un subacqueo. Adele, da parte sua, non può fare altro che prendere esempio e fare di tutto quel toccare-succhiare-leccare e stringere il suo vangelo. Blue is the warmest colour è il titolo inglese dell’opera di Abdellatif Kechiche e guardando la danza forsennata della testa di Emma (Léa Seydoux) sul corpo di Adele (Adèle Exarchopoulos) non possiamo che essere d’accordo.


CAROL (Todd Haynes, 2015)
Una mano predatrice lascia voluttuosamente cadere un guanto di pelle sul bancone di un negozio di giocattoli. Una giovane commessa lo raccoglie e lo accarezza, percependo il calore e il profumo della mano che lo calzava. Gli occhi di Carol (Cate Blanchett, leggi qui l’intervista), bionda venere in pelliccia, trapassano il vestitino di Therese (Rooney Mara), giovane e inesperta commessa, mentre le chiede informazioni su pacchetti e spedizioni sotto le feste . Poche minuti dopo galeotto fu il guanto, versione chic della collezione di farfalle. La vestaglia da camera scivola lentamente in terra in un fruscio impercettibile, mentre meno impercettibile sono i sospiri di Therese, che tenta di celare il piacere, almeno in parte: la figlioletta di Carol dorme serena nella stanza a fianco. Anche Therese tiene gli occhi chiusi, schiacciata contro il materasso dalla bocca carnosa e dalle abili mani di Carol. Il film, ambientato in una gelida New York, racconta quanto sia difficile liberarsi di un marito violento e geloso, soprattutto quando lo lasci per una donna, vuoi ottenere l’affidamento della vostra figlioletta e hai un investigatore privato alle calcagna. Soprattutto nel 1952.