Autoerotismo femminile: un binomio per tanto tempo stigmatizzato, poi tenuto nascosto e infine, anche grazie alla musica, esaltato. Ebbene sì, se è vero che le donne hanno forse più riserve nel raccontare pubblicamente la propria sessualità in solitario, questo non significa che non la vivano intensamente tanto quanto i maschi. A volte sbandierandolo, a volte solo suggerendolo, la musica pop si è rivelata uno strumento formidabile per toccare un tema troppe volte lasciato in disparte.
Dopo l’analoga playlist al maschile, SexTelling presenta ai suoi lettori dieci brani in cui le artiste hanno raccontato la loro dimensione autoerotica, dall’hip hop al rock passando per le pop star e il blues.

MONDO

Pink – Fingers
Noia e insoddisfazione, questi i sentimenti che hanno spinto Pink a darsi al piacere solitario. Un particolare: l’insoddisfacente altro («ho bisogno di più di quanto tu mi darai») è di fianco a lei, ma dorme. Lei si morde le labbra per contenere il piacere, mentre «lascia che le sue dita camminino» sulla clitoride. Questa è la metafora del movimento di accarezzamento scelto per indicare l’azione che spiega «come mai la mattina sono così felice». La cura di Pink per disfarsi della frustrazione è una bella ‘passeggiata’ «quando è tarda notte e tu dormi come un sasso». Ma per lui c’è una sopresa al mattino: lei ha premuto Rec sulla televisione e gli ha lasciato una registrazione di lei che si dà da fare «indemoniata», tanto per fargli capire cosa si è perso durante la notte.

Tweet feat. Missy Elliott – Oops (Oh My)
Lei torna a casa alle tre di notte dopo una serata incredibile, ancora «ipnotizzata». Non sappiamo cosa sia successo, ma, come presa da una forza sconosciuta e aliena a se stessa, la protagonista si spoglia e, «tutta rossa», finisce per accarezzarsi. Questa potenza esterna alla coscienza viene trasmessa dal ritornello tramite i vari «oops! La gonna mi è caduta fino ai piedi / oddio, chi sarà stato?» in cui si evita l’utilizzo della prima persona, come per discolparsi. Da notare il gioco di parole tra mine nel senso di mio e mines nel senso di mine, quelle che esplodono nel verso «but this body felt just like mines»: continua lo straniamento da se stessa, che serve sia per restituire la sensazione di magica eccitazione, ma anche per combattere il senso di colpa associato a questa pratica. Infatti lei ci ha provato a «evitare che questa cosa accadesse», ma non c’è stato niente da fare quando si è vista nello specchio. Lì, semplicemente, si è vista così bella e attraente «da non poter respingere me stessa». E allora le inibizioni scompaiono e lei si può aprire a questo narcisismo erotico, tra «cosce marroni come le noci di Pecan» e visioni di se stesse da «mozzare il fiato».
Il brano, prodotto da Timbaland, ha un’altra versione in cui c’è un inciso rap affidato a Fabolous, che in realtà riporta brutalmente questa dichiarazione di indipendenza femminile allo standard dell’immaginario gangsta maschilista. In sintesi, con lui non si deve scherzare, perché ha tante donne con le quali fa quello che vuole, tanto che basta pronunciare il suo nome per far cadere le mutande ai piedi. Il finale è molto esplicito, con Fabolous che, riprendendo l’anaforico «oops» del ritornello dice «i miei bambini sono finiti sulla tua faccia».

Janet Jackson – If
Per la sorella di Michael l’autoerotismo rappresenta un palliativo per un interesse non corrisposto verso un lui che «neppure si accorge che io ti voglio / per soddisfare i miei bisogni», tanto che molte notti «ero a letto eccitata perché pensavo a te / e ho chiuso gli occhi e pensato a noi in centinaia di modi diversi». Tutto il brano si sviluppa come un gioco mentale basato sulle ipotesi: «Se» Janet fosse la ragazza di lui, quante cose gli farebbe! Ma dato che lui neppure sa dell’interesse, nulla di fatto. Allora ci si accontenta dell’immaginazione, anche del desiderio di lui («ti voglio così tanto / che sento il sapore del tuo amore adesso»).

Tori Amos – Icicle
In questo brano l’artista canadese gioca sull’opposizione tra spiritualità e carnalità, nei termini della religione cristiana, che viene percepita come qualcosa di ingessato e formale. Alle preghiere e all’eucarestia, Tori preferisce il tocco liberatore della sua stessa mano: «quando mi accarezzo / posso finalmente riposarmi». Il tema è quello della rinascita, tra la Pasqua che viene celebrata «al piano di sotto», e il «ghiacciolo» del titolo, opposto all’avvicinarsi della primavera rappresentata dalla rinascita dei sensi e del piacere della voce narrante. Rinascita religiosa per gli altri, resurrezione personale per la protagonista, che non perde l’occasione di rivendircarla con un pizzico di blasfemia: «E quando loro dicono ‘questo è il suo corpo, prendetene tutti’ / io penso che prenderò un po’ del mio, invece».

Nicki Minaj feat. Beyoncé – Feeling Myself
Nicki Minaj è la solita bad girl e con la consueta faccia tosta nel suo rap rivendica senza problemi anche il suo dedicarsi all’autoerotismo, con il jack rabbit, un particolare modello di vibratore. C’è anche un uomo che quando a sua volta si masturba forse pensa a lei e Nicki gioca sull’omofonia tra whacks off, cioè l’atto in questione, e wax on / wax off che sarebbe il «metti la cera, togli la cera» di Karate Kid. La Minaj ci tiene a comunicarci che la sua «gattina» è perfettamente preparata anche per altri compiti. Infatti qui la masturbazione è soltanto un passo preliminare prima di un’altra lunga serie di attività in compagnia – che lasciamo al lettore il piacere di scoprire.

ITALIA

Rino Gaetano – Sei ottavi
Iniziamo la parte dedicata al tricolore con un’eccezione: qui a parlare di autoerotismo femminile è un uomo, Rino Gaetano. Il titolo si riferisce alla misura musicale in cui la canzone stessa è suonata: un tempo in terzine che dà un senso fiabesco al tutto. Infatti il cantautore calabrese si produce in rime baciate dal sapore ingenuo e il brano sembra una filastrocca per bambini, che parla di principi azzurri e notti stellate. Ma sotto il setting infantile si cela una sorta di dormiveglia erotico di una giovane ragazza, che in preda ai primi turbamenti sentimentali e fisici immagina un principe azzurro che per arrivare al suo cuore dovrà prima passare dai suoi «seni» e cogliere il suo «fiore bagnato di brina», dopo che «la camera fredda già si scaldava d’amore». La protagonista si lascia andare all’interno di una fiaba abilmente costruita dove il piacere non è trasgressione e peccato ma viene normalizzato dal candore erotico (e pudico) della ragazza: «E chi mi prende la mano stanotte, mio Dio / Forse un ragazzo, il mio uomo o forse io».

Gianna Nannini – America
Uno dei brani più celebri della cantante senese, dove il piacere viene mitizzato in pompa magna e con tutta l’energia del rock che lo accompagna. Se il ritornello indulge, almeno un poco, nella metafora di questo Nuovo Mondo aldilà dell’oceano tutto da scoprire e dal quale non si resterà delusi, la strofa arriva diretta al punto: «Per oggi sto con me mi basto / nessuno mi vede / e allora accarezzo la mia solitudine / ed ognuno ha il suo corpo / a cui sa cosa chiedere / chiedere chiedere chiedere». Il tema delle esigenze da soddisfare è centrale: infatti quando si è in due «non si sa cosa chiedere» e perciò non resta che rimanere «ognuno nella sua solitudine», che è ricorrente e, fondamentalmente, triste. Ma se non altro, da soli, si può arrivare all’America.

Fiorella Mannoia – Caffè Nero Bollente
Se per la Nannini far da soli era sì bello ma sotto sotto una sconfitta, la rivendicazione dell’allora 16enne Fiorella Mannoia assume un altro sapore. Sanremo 1981, autori Cavallo e De Cola, scandalo assicurato. La scena è la seguente: grande noia nella cameretta, pensando con un pizzico di rabbia a un lui chissà dove là fuori. L’inverno è nero, come il caffé quando è bollente e «tutto è poco eccitante», dentro di lei c’è una «voglia che non passa» e allora «da sola sul letto mi abbraccio, mi cucco / malinconico digiuno senza nessuno». E lui? Ormai superato, dimenticato, svanito: «Io non ho bisogno di te / io non ho bisogno di te».

Nina Zilli – Sola
Se a leggere solamente il testo di questo brano di Nina Zilli le allusioni sessuali potrebbero essere vaghe e non dichiarate, il videoclip non lascia spazio a fraintendimenti. La sensualità trasposta vividamente sullo schermo è la stessa emanata dalla musica e dalle parole. «Gli altri ballano» e la voce narrante, come da regole del blues, decide di struggersi ormai impotente nel ricordo di qualcuno che non può esserci perché è bene che non ci sia. «Mi piace farmi male»: qui la presa di coscienza dell’impossibilità dell’amore si fonde col rifugio nella pratica autoerotica, che però contiene in sé piacere e morte, eros e thanatos («non importa se morirò di solitudine»), coniugati in una sorta di particolarissimo suicidio dei sentimenti e delle passioni fisiche.

Amanda Lear – Ho fatto l’amore con me
L’autore di questo testo è Cristiano Malgioglio, ma lo stile giocoso e ammiccante della Lear rimane inconfondibile, specialmente se condito dal videoclip che la vede impersonare una sirena circodata da insegne e luci Anni ’80 (come si masturbano le sirene? Non è dato saperlo). Le rime ossessive costruite su monosillabi o parole tronche aumentano l’effetto ironico: c’è un lui, ma del quale non c’è troppo da fidarsi («figurati se ci cascavo con te»), ma la protagonista è una donna indipendente e autonoma ( è mia opinione si sa
di fare ciò che mi va) e quindi per oggi ha fatto da sé, ma «domani sera cerco te». Ma come si deve regolare il suo lui? Facile, basta guardare il calendario: «Giorni feriali voglio me». Gli altri si presentino direttamente sabato e domenica.