Popolo davvero strano, quello giapponese. Freddo, chiuso e talmente impegnato con turni massacranti al lavoro da non avere il tempo di fare sesso. Ma in grado di declinarlo nei modi più bizzarri, esportare il bukkake e coltivare strane perversioni, così come di rendere florido il commercio di peli pubici e mutandine usate. E anche di veder nascere e prosperare la forma d’arte erotica degli shunga, che toccò l’apice nel periodo Edo, durante gli oltre due secoli in cui fu in vigore il sakoku, editto che proibiva agli stranieri l’ingresso nel Paese e limitava gli scambi commerciali.

PRIMA DEGLI HENTAI
Di probabile origine cinese ed esistenti prima del periodo Edo, gli shunga erano rari e riservati agli ambienti di corte. Con la diffusione della stampa ukiyo-e, più economica, diventarono poi parte integrante della quotidianità dei giapponesi, che in pubblico si attenevano invece alle rigide regole del Confucianesimo. Non erano infatti ben visti dai governanti: un editto del 1722, ad esempio, vietò la produzione di nuovi libri (enpon, il formato più diffuso) di shunga senza il previo consenso del commissario delle città, cosa che costrinse questa forma d’arte, alla clandestinità. Almeno fino all’avvento della fotografia erotica, all’inizio del periodo Meiji, che soppiantò gli shunga: da quel momento le stampe erotiche diventarono un tabù e furono quasi rimosse del tutto dalla memoria popolare ed accademica. Quasi, appunto, perché oggi l’arte shunga è considerata l’antesignana degli hentai, ovvero i manga e gli anime a carattere pornografico tipici del Giappone. Con una significativa differenza, però: la nudità completa non era elemento essenziale degli shunga, visto che per i giapponesi il nudo in sé non è mai stato né erotico, essendo abituati a frequentare da sempre terme e bagni comuni, dove la nudità e la promiscuità erano la norma. Esagerate invece, oggi come ieri, le dimensioni degli organi genitali.

SCENE DI ZOOERASTIA
Cortigiane, geishe, prostitute che lavoravano nei postriboli, attori del kabuki, nobili e persone comuni. Chiunque poteva diventare soggetto dell’arte shunga, che prevedeva perlopiù ambientazioni realistiche, come case private, bagni pubblici e bordelli. Ma anche scene più oniriche di zooerastia, come ne Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai, i cui un enorme polpo pratica il cunnilingus a una donna, allungando su di lei i tentacoli. Quanto ai temi, l’eros dipinto negli shunga poteva essere sensuale, come grottesco, delicato e persino di gruppo. Esplorava insomma tutte le sfaccettature della sessualità, sia eterosessuale che omosessuale, masturbazione compresa, visto che negli shunga non sono rare le immagini di autoerotismo con personaggi che si eccitano sfogliando appunto degli enpon. Tra i principali fruitori di questo genere di arte c’erano le moglie dei daimyō, lasciate sole a casa per lunghi periodi dai mariti, e gli abitanti dei piccoli villaggi, che non avevano modo di andare in città e frequentare i bordelli. Ma anche le prostitute, che usavano gli shunga per eccitare i clienti, oppure le promesse spose, che così potevano avere la prima ‘educazione sessuale’. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, il Museo Erotico di Barcellona dedica un’intera stanza all’erotismo giapponese, con particolare attenzione agli shunga.