Un desiderio segreto e incontenibile. Un istinto osceno e irrazionale che ritorna, improvvisamente, quando ormai tutto sembrava aver ripreso il suo normale percorso. Quella che state per leggere è la storia di due amici uniti da una travolgente passione. Mauro vive a Milano, dove sta realizzando il suo sogno calcistico: gioca in una squadra di Lega Pro. Stefano sta a Napoli, non gioca più, studia alla Federico II ed è impegnato con Claudia. I due, che ora vivono in città diverse, si rincontrano, e il fuoco che già in precedenza li aveva uniti si riaccende: basta una semplice partita di calcetto, l’uno contro l’altro, per far riaffiorare con arroganza quel bisogno impellente di confrontarsi, di sfidarsi, di appartenersi. Una necessità che nasce dalla brutale voglia di scoprire finalmente chi è il più forte, chi ha il diritto di sottomettere l’altro al proprio dominio. È la trama di Il mio migliore amico vol. II, edito da Eros Cutura Editore, di Remo Valitutto. Con il suo libro di esordio, Frammenti di Inferno, nel 2011 è stato finalista del Premio Internazionale di poesia Alfonso Gatto e del Premio nazionale di poesia Leandro Polverini. Poi ha pubblicato Il mio mondo, con il quale ha vinto il Premio Letterario Nuove Lettere 2013 e il Premio Speciale città di Bellizzi 2014.  Dal 2015 scrive racconti piccanti per Eroscultura, col quale ha pubblicato Sessione di nudo e Il mio migliore amico vol.I.

La Stazione centrale è praticamente vuota. I bar hanno aperto da poco, l’odore del caffè nell’aria è solo una promessa, in giro non si vedono neppure gli ometti in divisa che circolano per il resto della giornata, testimonianza del costante stato d’assedio in cui sono costrette a vivere le nostre città per colpa dei soliti terroristi del cazzo. Napoli come Milano, come Roma e come un’altra qualsiasi metropoli del mondo. In Oriente come in Occidente, sempre armate fino ai denti, pronte a difendersi, pronte a vigilare, a scrutare e scovare tra la folla il nemico. I nemici.
Le attese mi procurano noia, in genere. Quelle infinite alla Posta centrale mi fanno incazzare. Quelle in macchina, mentre aspetto altri cinque minuti che Claudia scende… sorridere. Questa ha un sapore diverso. Profondamente diverso.
Sto aspettando Mauro. Il cuore mi batte nel petto e in gola, talmente forte che avverto la sensazione che possa scoppiare da un momento all’altro, senza alcun preavviso.
Una specie di vertigine mi coglie, all’improvviso, quando sento quel profumo, Acqua di Giò, proveni-re da dietro le spalle e accendere i miei sensi. Il suo respiro, quasi sul mio collo, mi schiaffeggia me-schino.
«Non mi abbracci?» domanda.
E il desiderio mi travolge totalmente. Mi è bastato il suo odore, il suono ruvido della sua voce per farmi cedere. In realtà, mi ero prefissato che qualsiasi cosa avesse detto o fatto, avrei trovato il modo per liberarmi di lui definitivamente. Questa volta.
Mi giro, senza fretta. Abbasso lo sguardo, non voglio che i suoi occhi mi penetrino. Non voglio vedere il suo sguardo su di me che mi sbrana, non voglio sentire su di me la sua voglia meschina di usarmi. Di fottermi.
«Ste’, mica sei arrabbiato?»
«Dovrei?» aggiungo, senza guardarlo.
«No».
Sbotto: «Ah, non dovrei essere incazzato… abbiamo scopato per tre giorni senza un attimo di tregua nel tuo appartamento a Milano e tu… non mi invii nemmeno un cavolo di messaggio per sapere se sono arrivato a Napoli… se sono vivo, se sto bene, ti sembra normale? Ti sembra giusto come ti comporti con me?»
Siamo occhi negli occhi adesso. Mi osserva, dispiaciuto. Può darsi sia riuscito a farlo sentire in colpa. Intanto, il rumore dei nostri respiri ci culla, rassicurante.
«Ti sembra giusto? Perché lo fai? Perché sei venuto a Napoli?»
Alza la mano destra che porta sulla mia guancia sinistra e mi dà un pizzicotto abbastanza forte.
«Ahi!» dico e gli sorrido, affettuoso.
Poi mi spiazza completamente come solo lui sa fare. Mi bacia. Quasi svengo.
Il mio migliore amico alle 6:02 di un mercoledì qualunque mi bacia sulle labbra nella Stazione centrale di Napoli, fregandosene di tutto e tutti.
Mauro è uno così, uno che se ne fotte. Sì, mi bacia fregandosene, anzi fottendosene, dei pregiudizi di quelli che ci giudicano, di quelli che ci fissano con disprezzo il tempo necessario per pensare: «Eccoli due froci! Due ricchioni! O come si dice dalle mie parti, due femminielli».
Si stacca e dice: «Non sono bravo a parole. Mi perdoni?»
«Certo che ti perdono», vorrei rispondergli.
Invece, sibilo:
«Con la lingua sei bravissimo» e gli strappo un altro bacio.
Ci stacchiamo e lui, fissandomi con desiderio, propone:
«Ho prenotato una stanza a Piazza Dante, se ti va possiamo andarci?»
«Ok».
«Questa volta, però, ti voglio tutto. Tutto, Stefano.»
E mentre ripete Tutto, fissa le mie labbra, con insistenza.
«Ok. Ok» ripeto, provando vergogna e bruciando dalla voglia.
In realtà, dopo quel bacio, il cazzo gliel’avrei succhiato persino nei cessi della stazione.

Ci avviamo così, senza fretta, verso la metro di piazza Garibaldi. Parlando del più e del meno. Nel rumore delle nostre chiacchiere, infatti, non c’è ansia, né trepidazione o fibrillazione per l’evento imprevisto che potrebbe accadere. Lo sappiamo bene cosa ci attende. Anzi, il rallentare l’arrivo fa crescere in entrambi il desiderio e la voglia. Una voglia che mi brucia la gola, le labbra e mi infiamma le guance. Il cazzo.
Parliamo di tutto tranne di calcio e di Claudia, due argomenti che potrebbero rovinare la nostra calma apparente. La nostra tregua. Il nostro bisogno reciproco di stare insieme. Le scale mobili, i nostri sguardi rivolti in alto in cerca di un punto di collisione o di convergenza, d’incontro banalmente. Poi, il rumore delle ruote della metro che fischiano sui binari. I vagoni sono vuoti, così decidiamo di occuparli sedendoci a distanza come due perfetti sconosciuti.
È il gioco dell’attesa, a volte, molto più seducente dell’abbandono istintivo, molto più erotico di alcune scopate in cui fai giusto in tempo ad abbassarti i pantaloni e le mutande e già sei venuto: nella sua fica o nella sua bocca. Mauro, nel mio culo.
E poi… il suo sguardo mi cerca, avido: «La prossima è la nostra!» mi ricorda.
Lo so, maledizione. Lo so benissimo.
Scendiamo e iniziamo a camminare adagio l’uno di fianco all’altro. Lui, forse, per accertarsi che non cambierò idea. Io perché… mi piace camminare con lui, senza parlare. Saliamo le scale e siamo in piazza di fronte la storica libreria Tullio Pironti.
Mauro prosegue dritto, in fondo a destra si trova il nostro albergo. Gli vado dietro.
Accelera all’improvviso, faccio lo stesso e in pochi secondi siamo dinnanzi al portone. Suona il cito-fono. Aprono, saliamo i gradini perché l’ascensore è guasto.
La ragazza della reception ci consegna le chiavi, stanza numero 24, terzo piano.
La salutiamo entrambi, cordiali.

Eccoci! Siamo soli finalmente, liberi o prigionieri di noi stessi.
Mauro si butta sul letto e inizia a fissarmi, avido e impaziente.
Affamato. Ruvido. Porco.
Mi spoglio e mi avvicino cauto, come se avessi timore che potrebbe farmi del male.
Intanto si toglie le scarpe, i fantasmini, i jeans e rimane con addosso i boxer Armani e la maglietta Nike. Veste bene adesso, solo capi firmati.
Inizia a toccarsi il pacco e mi sorride spavaldo. Gli monta sulla faccia persino quello sghigno irresistibile da stronzo. Da pezzo di merda.
«Maledizione, non posso succhiarglielo», mi prenderà in giro per il resto dell’esistenza. Poi, ripenso a quel bacio e al coraggio che ha avuto nel darmelo in pubblico, fregandosene di tutto e tutti. E allora mi convinco: «Te lo meriti proprio un bel pompino».
M’inginocchio. Lui lascia scivolare via i boxer e i suoi diciannove centimetri svettano, arroganti, sotto il mio sguardo infuocato.