Siamo timidi e un po’ goffi. Io ho qualche chilo di troppo, lei è alta alta – più alta di me – e secca secca, ossuta e spigolosa. A scuola ci prendono in giro ci chiamano «l’articolo ‘lo’», dove la ‘o’, chiaramente, sono io.  Portiamo gli occhiali, ma quando usciamo ci mettiamo le lenti: abbiamo quello sguardo smarrito di chi non è abituato a stare senza occhiali; è come se non avessimo confidenza con i nostri occhi.
Io però la trovo bellissima, so guardare oltre le sue insicurezze che si incancreniscono nel suo corpo portato come un involucro vuoto, che non le appartiene. Lei, credo, lo stesso nei miei confronti. Ci siamo innamorati perché sappiamo guardare oltre quello che vedono gli altri, oltre «l’articolo ‘lo’».

È la prima volta, per entrambi. Lo abbiamo aspettato per più di un anno. Tutti e due viviamo con i nostri genitori, siamo al penultimo anno di liceo. Abbiamo preso la patente da poco, avrei potuto farmi prestare la macchina da mio padre, ma non volevamo che la prima volta fosse in strada, al buio, in fila assieme alle altre macchine nel parcheggio dove tutti vanno a farlo nella nostra città. Volevamo che fosse speciale.
Speravamo nella festa dei nostri 18 anni – siamo nati a un giorno di distanza, abbiamo festeggiato assieme, ma non se n’è presentata l’occasione: all’una i nostri genitori sono venuti a prenderci e gli ultimi amici erano andati via solo un quarto d’ora prima.
Poi, finalmente, questa estate, è arrivata l’occasione. I miei sono partiti per due settimane in Polonia, una gita in camper che hanno organizzato con un gruppo di amici. Io, per la prima volta, ho detto che non ci sarei andato.  La prima sera utile ho invitato Veronica a casa. Ho pensato a tutto, curando ogni minimo dettaglio, ho fatto una lista precisa di cose che avrebbero potuto contribuire a rendere la serata unica. Ho comprato candele, fiori per arredare la casa, incenso. Ho deciso di cucinare personalmente per lei, copiando due ricette da Masterchef (che entrambi adoriamo), ma non ho mai cucinato in vita mia, l’ha sempre fatto mia madre per me.
Ho iniziato a preparare da due ore prima del suo arrivo, ma è stato da subito un vero disastro: ho bruciato la cipolla cercando di fare il soffritto. Quando ho versato la salsa di pomodoro è schizzato tutto, a tal punto che si è alzata una fiammata enorme che mi ha spaventato. Dieci minuti prima del suo arrivo ho deciso di ordinare delle pizze. Ma, lo stesso, ho allestito la sala da pranzo come per una gran cena, con le candele e tutto il resto.

Veronica è arrivata puntualissima, era solo un po’ agitata perché era una delle prime volte che guidava da sola. Era bellissima: aveva scelto un vestito lungo e rosso che non le avevo mai visto. Io avevo dimenticato di togliere il grembiule da cucina, ma sotto avevo indossato pantaloni e maglietta nera (per smagrirmi).
Appena sulla porta, ci siamo abbracciati. È stato un lungo abbraccio, come di due naufraghi che sono riusciti ad arrivare in un porto salvo dopo tanto tempo. Il suo corpo era esile e fragile sotto le mie braccia e l’ho desiderato subito. Avevo voglia di proteggerlo e possederlo. Lei si è inebriata, ha fatto un lungo sospiro che ha sciolto la sua tensione nel mio corpo. Doveva essere questo fare l’amore? Sciogliere umori e tensioni nel corpo dell’altro?

Ho chiuso la porta e ci siamo sentiti ancora più al sicuro, come se tutto il mondo là fuori non esistesse più.
Le ho preso la giacca, l’ho appoggiata sul divano. «Ho bruciato tutto, mi dispiace. Ho ordinato una pizza», le ho detto.  «Il mio papocchione…», ha risposto lei abbracciandomi di nuovo e baciandomi la fronte.
La pizza è arrivata puntuale, ci siamo messi a mangiare sulla tavola che avevo accuratamente apparecchiato.  Poi, ci siamo messi sul divano a vedere un film, un film che volevamo vedere da un sacco di tempo perché tutti ci avevano detto che è bellissimo: Radiofreccia di Luciano Ligabue. Ci siamo tenuti stretti, abbracciati, il buio creava un’intimità profonda che non avevamo mai conosciuto prima, una complicità che derivava dal fatto di essere invisibili a qualsiasi sguardo, anche se non c’era nessuno in quella stanza (o in quella casa), in quel momento.

Per alcuni minuti mi sono chiesto se fosse troppo audace sfiorarle il ginocchio, poi ho trovato il coraggio e l’ho fatto. Un movimento lento che potesse sembrare anche involontario, un po’ un errore. Se si fosse arrabbiata le avrei chiesto subito «scusa». Nonostante fossimo fidanzati, avevo ancora quel tipo di imbarazzo. Ma lei non ha protestato: ha lasciato che continuassi ad accarezzarle il ginocchio e poi la coscia. Ho notato solo che è cambiata la qualità del suo sguardo, mentre vedeva il film. Non lo seguiva più con attenzione, le immagini le scivolavano sulla retina. Era più concentrata a sentire me, a studiarmi.
Io ero teso. Non riuscivo a smettere di chiedermi se stesse bene, se tutto quello che avevo preparato, l’organizzazione puntigliosa con cui avevo messo in piedi tutto fosse servita davvero a creare l’atmosfera giusta per rendere questo momento speciale.

Ci voleva però ancora altro coraggio per andare avanti. Dovevo osare di più – dovevo baciarla con passione, come facevano nei film. E proprio il film mi è venuto in aiuto: è arrivata una scena in cui facevano sesso fortissimo e attorno a noi allora è calato un silenzio imbarazzato, pudico. Quei due che si stavano attraversando i corpi potevamo essere noi. Era quello che ci imbarazzava: l’identificazione.
In quegli istanti sentivo il suo corpo fremere sotto il mio tocco. La sentivo farsi fragile e timorosa, ma allo stesso tempo carica di desiderio. Ho trovato il coraggio: con un gesto impacciato le sono andato contro con la bocca, ho cominciato a baciarle e leccarle il collo. Lei ha sospirato tirando via l’energia che aveva trattenuto fino a quel momento: paura e desiderio, ancora insieme.

Con la mano le ho palpato il seno, sotto il vestito e il reggiseno che tratteneva le sue tette piccole. L’avevo fatto altre volte, ma questa sembrava diversa, perché sapevo che avrei potuto finalmente possedere tutto il suo corpo e non solo una parte. I capezzoli crescevano sotto il mio palmo, il suo corpo dipendeva totalmente dai miei movimenti. Con un gesto impetuoso le ho tirato giù la bretellina del reggiseno e del vestito, ma forse ho esagerato, mi ha sussurrato «piano, piano, ti prego»: il desiderio mi rendeva fuori misura, toglieva consapevolezza ai miei gesti e al mio corpo. Ero come guidato da una forza a me superiore. L’ho stesa sul divano e le sono andato addosso. Con la bocca le ho baciato ancora il collo e poi mi sono preso i capezzoli. Lei con una mano mi accarezzava i capelli come per quietare la bestia che stava vedendo crescere. Forse sentiva l’erezione, sentiva che il mio pene pulsava nei pantaloni. Ero così eccitato che avrei potuto avere un orgasmo immediatamente, facevo una fatica incredibile per trattenermi. Tutto, ogni gesto, ogni movimento, ogni suo sospiro, acuiva la sensibilità dei miei nervi.

Il film intanto continuava a scorrere, ma era ormai solo una colonna sonora. Sono risalito coi baci fino alla bocca, le nostre lingue si sono confuse, le labbra morbide avvolte. «Sei stato bravissimo a organizzare tutto. Grazie tesoro», mi ha detto nello spazio fra i baci, mentre spingevo il pene contro il suo bacino, le stoffe che si strusciavano procurandoci piacere. Era un gesto automatico e incontrollato, un riflesso d’imitazione di cose che avevo visto nei film, in qualche porno che avevo rubato su internet con grande imbarazzo, col terrore che facesse aumentare i costi della bolletta e i miei se ne accorgessero. Lei accoglieva le mie spinte allargando le gambe, cercando il punto in cui il mio contatto le procurasse più piacere.

Poi, da sola, si è spostata per liberarsi del vestito.Io ho fatto lo stesso con i miei. Ci siamo ritrovati nudi per la prima volta l’uno di fronte all’altro e c’era un evidente strato di imbarazzo, entrambi ci vergognavamo di come eravamo fatti. Ma a me lei sembrava la cosa più bella del mondo nuda: le sue ossa sporgenti, la sua pelle bianca e puntinata per il freddo o l’eccitazione, i brividi che le davo – che potere avevo scoperto di avere – i fianchi larghi, la vita sottile, la corona di capelli ricci e neri che le cadeva sui seni, il suo sguardo da animale intimorito.

Era la prima volta che vedevo una vagina dal vivo: era strana e diversa da come me l’immaginavo. Quello spacco umido in mezzo alle gambe, nascosto da un folto cespuglio di peli neri. Mi ripugnava e attraeva allo stesso tempo.
«Sei sicura?», le ho chiesto.
«Sì», mi ha detto lei, con pacatezza. Come se ci avesse pensato a lungo.
Il mio pene scalpitava per entrarle dentro, averla: se ne stava eretto e puntato verso l’alto, da solo faceva scatti in avanti, come una macchina da corsa che sgasa a vuoto, pronta a partire. Mi sono chinato su di lei per entrare, con il glande gonfio le ho sfiorato la parte superiore della vagina, nascosta dai peli. Ma con una mano lei mi ha preso il pene in mano, stringendo per fermarlo.
«Aspetta, ma ce li hai?».

Mi sono bloccato, raggelato. I preservativi! Avevo organizzato tutto nei minimi dettagli, avevo pensato a tutto, tranne che ai preservativi. Dal mio sguardo Veronica ha letto la risposta. Poi, non so cosa sia successo, se la sua mano che mi stringeva il pene e non l’aveva mai fatto, o l’imbarazzo o davvero non so cosa, ma sono venuto in quel momento, eiaculando all’improvviso nella sua mano una quantità di sperma che non pensavo nemmeno un uomo potesse avere. La schiuma bianca le è uscita fra le dita. Lei si è allontanata spaventata, forse un po’ schifata, scattando dal divano. Mi sono appoggiato con le mani sul cuscino, come un animale a quattro zampe, sfinito e umiliato in un orgasmo solitario.
Veronica è scoppiata a ridere, ma non per prendermi in giro: era una risata di tenerezza, comprensione, perdono. La nostra (quasi) prima volta era stata un disastro, ma ci volevamo bene. Ci avremmo riprovato.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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