Camminiamo nella nebbia di dicembre, a Milano. Casa mia fortunatamente non è troppo distante. Cinque minuti e ci siamo, ma solo se manteniamo il ritmo, altrimenti i minuti diventeranno almeno il doppio. Cristina non mi sta dietro, si guarda intorno. Non si vede un cazzo, ma lei prova comunque a guardarsi attorno, a «cercare la poesia nelle piccole cose». Questa e altre stronzate ho dovuto sorbirmi stasera a cena, tutte nel segno della tradizione e degli insegnamenti dei nonni, «che non vanno in alcun modo perduti». Una cena che mi è pesata ancora di più in quanto gentilmente offerta dal sottoscritto: 100 euro tra secondo (di pesce), vino (in bottiglia) e dolce (con cioccolato fondente e lamponi).
E tutto per uno straccio di pompino, che voglio ben vedere se dopo tutto quanto ha il coraggio di negarmi.
«Cristina ci sei?»
«Sì, eccomi sono qui.»
«Qui dove?»
«Qui, sto arrivando.»
«Dai che ci siamo quasi.»
Aspetto che arrivi e quando succede – due minuto dopo, a riprova che non era «qui» e che stava arrivando con tutta calma – la prendo per mano e inizio a trascinarla. Così da non dover scontrarmi ancora con la sua lentezza. Percorriamo il pezzo di viale Gorizia che ci rimane e poi svoltiamo in via Vigevano. Arriviamo quasi alla fine, siamo praticamente a Porta Genova. Casa mia è qui, vicino a un ristorante di polpette e a un supermercato che chiude sempre a mezzanotte. Cerco le chiavi nella tasca, le trovo tardi, do il tempo a Cristina di dirmi «sono stanca, quasi quasi vado a letto».
«Ma come stanca?»
«Sì, sono stanchissima.»
«Ma dai, sali un attimo da me.»
«Da te?»
«Sì, da me, così stiamo un po’ tranquilli».
La carta della tranquillità la convince a rimanere. Oltrepassiamo la corte interna ed entriamo nell’ultimo palazzo. L’appartamento è al secondo piano, Cristina non fa tempo a superare la porta che le sono addosso, la mia lingua è sulle sue labbra. Inizio a vagare nei meandri della sua bocca, dal palato all’interno della sua guancia sinistra. Lei prima ci sta, poi mi sorride, si stacca, mi chiede un bicchiere d’acqua e si siede sul divano. Ritorno con il bicchiere in mano, glielo consegno e – mentre beve – butto un’occhiata all’orologio. Sono già quasi le 23: non abbiamo molto tempo, domani ho un meeting presto e devo pure rivedere alcuni degli appunti che mi ero preso. Inizio, quindi, a slacciarmi i pantaloni da solo, giusto per farle capire dove voglio andare a parare. Poi la limono di nuovo, mentre con la mia mano prendo la sua e la porto sul mio cazzo che inizia a diventare barzotto. Lei agita le dita dall’esterno, mentre risponde al bacio con sempre più passione. Ci siamo, penso, sfilandomi gli slip e distendendomi sul divano, ora o mai più. Guardo Cristina che guarda il mio cazzo in tiro che guarda il lampadario.
«C’è qui qualcuno che ti voleva tanto conoscere».
«Ah sì?».
«Molto».
«Una parte di te, in particolare».
«Sì?».
«Sì».
«E quale?».
«Le tue labbra».
«Mi stai chiedendo di farti un pompino? La prima sera che ci vediamo?»
«…»
«…»
«…»
«Posso al massimo farti una sega».
Annuisco con rassegnazione, mentre la sua mano stringe il mio membro che inizia ad andare su e giù. Dapprima in maniera più lenta, poi in maniera più rapida. La stretta di Cristina è una stretta di amianto, se non fossi così duro – causa astinenza prolungata – probabilmente la soffrirei. Invece adesso, in questo particolare momento, in questa particolare situazione, mi piace. In accordo alla sua presa, anche i suoi gesti sono sicuri: il suo è un saliscendi armonico, mai meccanico, con torsioni che virano talvolta a destra e talvolta a sinistra. Mi sembra brava per quanto frigida, ma forse è l’astinenza che parla. La stessa astinenza che fa sì che la mia sborra calda le invada le mani abbastanza in fretta, in un paio di minuti. Aspetto che mi chieda di pulirsi e le indico la seconda porta a sinistra, quella del bagno.
Mentre la guardo allontanarsi, penso che la prossima volta le offro al massimo un caffè.


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