Se Dio vorrà, nella mia vita incontrerò di nuovo una donna con il seno di Maria. Grande, perfettamente disegnato, con la giusta dimensione dei capezzoli. Per non parlare della consistenza. Vorrei ancora averlo tra le mani, vederlo ballare mentre Maria si muove su di me. Vorrei poterlo leccare ancora per una prima volta, come sul letto di casa sua, dopo aver visto quell’inutile film. Vorrei, ma chissà dov’è, Maria. A distanza di anni ripenso ancora a quelle notti di fine primavera, a quanto all’epoca avessi dato per scontato avere a che fare con una ragazza (eravamo giovani) così sessualmente disinibita, passionale, insaziabile a seconda dei giorni, porca senza paura di esserlo.

Ho ancora scolpita nella mente quella sera in cui giocammo come bambini, ma divertendoci più dei bambini. Eravamo già nudi sul letto o forse no, non ricordo. Ci conoscevamo da poco e avevamo già sperimentato abbastanza. Decidemmo, o meglio, decise di rifare tutto in una volta. «Scrivi su un foglio le cose che vorresti ti facessi», mi disse sorridendo. «E poi?». «Numerale. Io ti dico un numero e ti faccio quella cosa lì». Ovviamente, questo valeva anche per me nei suoi confronti. Disse che aveva preso anche la panna, perché non si poteva mai sapere. Mi regolai di conseguenza: a massaggi, spagnola, sega e altre amenità, aggiunsi bocchino con panna.

Maria succhiava come se fosse l’ultima volta e quella notte lo faceva con ancora più gusto. Succhiava come un’indemoniata, assaporando il mio cazzo che pulsava, sempre al limite dell’eiaculazione. Io mi tuffai come sempre con piacere su quella fica perfettamente depilata, ma mai penetrata senza preservativo. La leccai con dedizione, con panna e senza, mischiando umori e sapori, facendola gemere come al solito. A un certo punto iniziai a farmi una sega mentre gliela stavo leccando ma mi fermò: «Questo non c’era nella lista». Ci massaggiammo anche. Mi feci massaggiare la schiena con quel seno, consapevole che non servisse a niente, ma con 15 cose nella lista, qualcosa di inutile doveva pur starci. La feci sedere sulla mia faccia, fino a togliermi il respiro, e anche in quel caso provai a toccarmi, ma mi fermò all’istante. Allora mi concentrai sui suoi movimenti, assaporando la sua fica, bevendo il suo nettare.

Eravamo famelici. Finito un punto della lista, ci buttavamo sull’altro, consapevoli che il prossimo passo non sarebbe stata la penetrazione, perché nella lista non c’era. La sditalinai a lungo, quando pescai quel numero lì. E la guardai a lungo socchiudere gli occhi, e mordersi le labbra, come faceva sempre. Quanto mi piaceva scopare con Laura. Avevamo entrambi scritto: «Masturbarsi mentre l’altro guarda, senza toccarsi». Entrambi dicemmo il numero corrispondente. Iniziai piano, guardandola dritta negli occhi. Poi aumentai il ritmo e lei si avvicinò. Voleva sentirlo suo, ma non prenderlo, voleva farmi credere che l’avrebbe accolto in bocca, infrangendo le regole. Ma non lo fece. Rimase lì, distesa quasi, a pochi centimetri dal mio cazzo, duro come il marmo. Mi fece capire che voleva farlo anche lei, e pescò subito dopo il suo turno di autoerotismo.

La sua fica, che nel frattempo si era seccata, iniziò di nuovo a bagnarsi. Lo sentivo, dal rumore umido che provocavano quelle dita, che dopo aver indugiato un attimo sul clitoride finirono dentro. Prima uno, poi due, tre, quattro dita. Tutte dentro e lei che si apriva sempre di più, che si preparava, speravo infine, ad accogliermi. Venne, da sola. Con me che le guardavo. «Laura, non ce la faccio più, ti devo scopare». «E allora prendimi», mi disse stando in ginocchio sul letto, a gambe leggermente aperte. Quella notte, finalmente, mi concesse di venire dentro di lei.


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