Nei sogni di Marina c’è una grande casa, con un giardino fuori città. Dentro la casa c’è lei con suo figlio, Mattia, c’è Paolo, l’uomo con cui ha passato un anno bellissimo insieme e che ora vive a Instanbul, c’è Giovanni, l’amore di quando era ragazza e che non è mai uscito dalla sua vita.
«Sarebbe bello vivere tutti assieme», racconta Marina. «Qualche volta potrebbe venirci a trovare Emanuele, il padre di Mattia. Mio figlio mi prende in giro, mi dice «sì, andate a vivere tutti assieme, così non vi devo stare dietro io. Vi compro una capretta, passate le ore a guardare quella» e ride, divertita, con la tazza di tè in mano.
Marina – ma i nomi sono inventati, perché non tutte le persone coinvolte in questa storia vogliono comparire con quelli originali – oggi vive nel quartiere di Monteverde, a Roma, in una casa condivisa con altri due coinquilini, per motivi economici. Ha 42 anni e, da quando ne ha 16, ha deciso di vivere una vita poliamorosa che vuol dire, nella sua definizione più stringata, «vivere più relazioni affettive simultanee con il pieno consenso di tutte le persone coinvolte». Niente monogamia, ma una vita costruita su una rete di rapporti dove nessuno esclude l’altro. «Molti pensano subito al sesso, alle orge. Ma non è questo».
Il poliamore è una periferia del mondo sociale poco frequentata e in cui pochissimi si avventurano senza provare disagio. Siamo più a nostro agio nel parlare di coppie aperte o scambismo, perché entrambe le pratiche presuppongono un «ritorno a casa» nella monogamia: il sesso no, ma le relazioni sentimentali, la vita di ogni giorno, rimangono chiuse nella coppia. Lui e lei, lei e lei, lui e lui, i figli.
Eppure il poliamore è un fantasma che disturba la normatività monogamica da lungo tempo. Nel 1953 Henri–Pierre Roché, un uomo allora dell’età di 74  anni, decise di scrivere il suo primo romanzo. Si intitolava Jules e Jim e raccontava (pur trasfigurata) la storia della sua vita insieme all’amico scrittore e traduttore tedesco Franz Hessel e della moglie di lui, Helen Grund, che entrambi amarono senza che mai questo rovinasse la loro amicizia. Quando, nel 1961, Jules e Jim divenne un film diretto da François Truffaut, Roché era morto da due anni. «La felicità si racconta male. Si logora, anche: e non ce ne accorgiamo», scrive il romanziere nel suo libro.

POLIAMORE.ORG: NARRAZIONI CONDIVISE
Ma la sua, se è stata una vita felice, lo è stata in mezzo ai tormenti di un mondo che non prevede deviazioni dalla monogamia. Neppure adesso lo permette, anche se, in alcuni Paesi, diverse persone si stanno organizzando in gruppi di discussione e associazioni. Una anche in Italia, riunita intorno a Poliamore.org e che, dal 24–26 giugno, terrà nel nostro Paese la sua prima conferenza, la Opencon Italia.
«In Italia», racconta Luca Boschetto, uno dei promotori, «vi sono due gruppi Facebook che raccolgono 2.300 e 1.300 membri. Ora abbiamo lanciato la nostra associazione, Reti, da pochi mesi. Ci incontriamo per discutere dei nostri rapporti, è importante perché non ci sono narrazioni condivise che possano aiutarci nelle nostre vite». Ma di rivendicazioni pubbliche, al momento, si parla pochissimo. In parte anche perché gli oppositori dei matrimoni egualitari, in Italia e nel mondo, hanno sempre usato il poliamore come arma per dimostrare che riconoscere le unioni omosessuali è un piano inclinato che porta allo scardinamento della monogamia e da questa polemica i poliamorosi vogliono tenersi lontani. «Ma non è troppo presto invece», conclude Boschetto, «per iniziare a pensare che la monogamia non è l’unico modello possibile».

LIBERTÀ NON È ESCLUSIVITÀ
Marina è tra le persone che animano l’associazione e il suo è uno dei mille modi di vivere una vita poliamorosa: «Io non so cosa sia la gelosia, mi risulta insopportabile che un rapporto sia fondato sulla esclusività intesa come rinuncia a stringere legami con altre persone. Siamo attratti dagli altri, vogliamo avere rapporti con loro, sessuali e sentimentali e per me rimane fondamentale che le persone a cui sono legata si sentano libere di avere tutte le esperienze che desiderano».
Seguendo questa prospettiva, Marina ha costruito la sua vita: a 16 anni, il suo primo rapporto con un ragazzo è naufragato perché, sebbene lei avesse chiarito che ognuno doveva essere libero di vivere sentimenti e passioni anche al di fuori dalla coppia, lui aveva fatto leva sui sensi di colpa per creare un muro a difesa della loro diade. Negli anni seguenti, Marina ha vissuto diverse storie e, intorno ai 20 anni, una più importante delle altre, con Giovanni, che allora era una donna. «Eravamo appassionati, ci siamo presi una prima volta, ci siamo lasciati. Eravamo sconvolte, io credo, dalla scoperta e dall’incontro dei nostri corpi. Ma allora è nato un rapporto che non è mai finito».
Più tardi dal legame con Emanuele, un ragazzo francese, 13 anni fa è nato Mattia. «Sono rimasta incinta e, a Emanuele, ho subito chiarito che volevo tenere il bambino, anche se noi due non vivevamo insieme e non volevo farlo. Gli ho chiesto se lui voleva esserci, o no». Ed Emanuele, a suo modo, ha deciso di esserci: è il padre di Mattia, anche se vive in Francia con un’altra donna. Con Mattia si vedono due, tre volte l’anno, ma nella vita del ragazzo ci sono anche altre figure di riferimento. C’è Giovanni che lo porta il pomeriggio a fare sport e dagli scout. C’è Paolo, con cui Marina ha vissuto insieme l’anno scorso e che forse tornerà in Italia per prendere casa con Mattia e sua madre. «Giovanni per me è l’amico di famiglia, Paolo il fidanzato di mia mamma», spiega Mattia. «In realtà non ci sono parole per raccontare la nostra famiglia», dice Marina. «A prendere le pagelle, a discutere con i professori, viene Giovanni che, per altro, ha fatto con me il corso pre–parto. Il padre di Mattia, Emanuele, lo sa e va bene così. Non so come spiegarti, ma funziona: un anno abbiamo fatto vacanze in casa della nonna francese di Mattia io, mio figlio, Emanuele e anche Paolo. Succede a volte che questa nonna francese chieda notizie sul nipote direttamente a Paolo, che nel frattempo sta a Istanbul, invece che a suo figlio Emanuele, padre di Mattia». «La verità», conclude Marina, «è che io ho sentimenti e rapporti diversi con persone diverse. Amo la quotidianità casalinga con Paolo, stare assieme nella stessa stanza, mentre Giovanni credo sarà sempre parte della mia vita, anche se quando abbiamo provato a vivere sotto lo stesso tetto non ha funzionato. Emanuele è il padre di mio figlio, ha una simpatia travolgente e anche quando mi dico che dovremmo tenere le distanze, poi non lo faccio. Oggi la mia vita è questa. E anche se non credo che l’amore sia per sempre, mi piace a volte pensare a una grande casa, dove vivere con mio figlio Mattia, Paolo e Giovanni».


Questo articolo è uscito sul numero del 27 febbraio 2016 di pagina99. In esclusiva sul web per i lettori di Sextelling.