Lei si chiama Marina e ha qualche anno in più di lui. È alta, longilinea, con il seno molto piccolo che le dà eleganza, il sedere alto che la slancia ancora di più, gambe lunghissime e sottili. Sembra sempre abbronzata e non lo è mai, la pelle olivastra fa da contrasto con gli occhi verdi come pietre vive.
Lui si chiama Lucio, ha 28 anni, è poco più basso di lei, ma è massiccio, corpulento, un piccolo toro pronto a caricare con la testa bassa (così almeno lei lo considera), moro, un paio di baffetti d’altri tempi, gli occhi neri, espressivi. Porta i capelli molto lunghi, ricci, lei lo chiama Cocciante per prenderlo in giro, ma i suoi capelli le piacciono molto, anche perché i ricci non sono minuscoli e fini come quelli di Cocciante, sono una via di mezzo: fra mossi e ricci, ecco. E a lei piace giocarci quando lui è stanco e si siede sul divano a non fare niente, un po’ imbronciato.
Si sono trasferiti a Parigi da qualche mese, sono entrambi artisti, lei pittrice, lui scultore, lei aggiunge, lui toglie.

Lucio ha avuto una piccola eredità, e con quei soldi ha detto: «Basta lavoretti, andiamocene a Parigi, proviamo a vedere se ci riusciamo». Hanno benzina per qualche mese, poi, anche a Parigi, se le cose non dovessero andare, incominceranno coi lavoretti: ristoranti, pizzerie, pub.
Passano le giornate passeggiando per la città, cercano gallerie, le contattano, si propongono, provano a vendere le loro opere, ci sanno fare, anche se puzzano di ingenuità: ancora non hanno capito come funziona nella capitale mondiale dell’arte. Ma non importa: il loro spirito è quello del gioco. Si divertono a passare le giornate insieme, sottobraccio, vestiti un po’ strani, lui con le magliettine a righe, lei con strani cappelli comprati nei mercatini. Perché poi, quando si stufano delle gallerie, oppure di andar per mostre, finiscono nei mercatini o a mangiare un insalata lungo la Senna, fumando sigarette rollate a mano. Ridono molto. Quando tornano a casa, stanchi e sudati ma felici, fanno l’amore. Da quando si sono trasferiti a Parigi, lo fanno di più e meglio. Soprattutto quando qualche gallerista gli dà speranza e dice: «Ci penserò». Allora sono più ottimisti, energici e vogliosi, anche se i galleristi non li richiamano mai.
Qualche volta fanno l’amore anche per strada, mentre tornano, in qualche parco, nascosti dietro un cespuglio, per il gusto di trasgredire o perché si trovano molto belli all’improvviso.

Anche quella mattina, che è una bella mattina di piena estate, sono andati in giro per gallerie, hanno collezionato un paio di «ci penserò». Hanno mangiato insalata lungo la Senna e fumato, poi sono tornati a casa, sottobraccio, guardandosi e ridendo.
Quando sono rientrati in casa, lei si è messa a dipingere, lui a scolpire. Quando lo fanno se ne stanno in silenzio, ognuno nel suo angoletto. Lucio non indossa niente quando scolpisce, solo boxer, ha caldo e vuole avere un rapporto fisico con la materia che modella. Lei invece indossa una magliettina da lavoro, schizzata di colori, senza reggiseno, e allora si intravedono i capezzoli appuntiti, è troppo larga per il suo corpo minuto. Poi pantaloncini corti, che lasciano scoperte le gambe lunghissime e abbronzate. A lui piacciono e, ogni tanto, mentre scolpisce, si distrae a guardarle. Una volta le ha anche scolpite quelle gambe lunghissime, una scultura che era solo gambe e nient’altro.

Ora, il fatto è che quella mattina, come tutte le mattine in cui hanno ricevuto un «ci penserò», sono energici e non riescono a concentrarsi. Soprattutto Marina che fa due tratti, abbandona il pennello e poi lo guarda, quasi del tutto nudo e sudato, mentre sposta argilla, la modella. Allora si alza, si rolla una sigaretta e va a fumarla alla finestrella, con vista Senna. Ma non guarda la Senna, guarda lui, la sua forza, la sua energia, la voglia che ha di creare. E la eccita. Quelle braccia forti che lottano contro la materia, la fronte corrugata a pensare, le labbra carnose arricciate e che sono segno di insoddisfazione. Anche quella insoddisfazione la eccita. Vorrebbe toccargliele con un dito quelle labbra. Vorrebbe passarglielo sulle rughe di corrucciamento. E levigargli quelle braccia forti, magari passare poi al petto, accarezzarglielo. Per questo, fuma nervosamente: vorrebbe toccarlo e non lo fa, ha paura di distrurbarlo. Magari è ispirato.
Ma anche lui è felicemente inquieto, è drogato di speranza e sente la presenza di Marina attorno, e lo eccita. Lo eccitano quelle gambe lunghe che ora stanno distese come colonne vicino alla finestrella. «Magari sta pensando», conclude Lucio. «Magari sta decidendo i colori». Meglio non disturbarla. Ma con la coda dell’occhio osserva quel corpo che è suo e ama. Vorrebbe prenderlo. Vorrebbe afferrarla da dietro, penetrarla davanti alla finestra, stringere quei seni piccoli e appuntiti infilando le mani sotto la maglietta, leccarle il collo.
Marina finisce la sigaretta, la spegne, si avvicina a lui. Sorride e non dice niente. Lui finge di continuare a lavorare, contrae le spalle per modellare l’argilla.
Marina non ce la fa a resistere. Gli gira attorno e si va a mettere davanti. Si siede in mezzo alla scultura, che è una specie di roccia trono. Lo guarda, non dice ancora niente. Lui resta in silenzio, incantanto da quella apparizione.

Marina si leva d’un colpo la maglia, resta nuda con il suo seno piccolo e appuntito, i capezzoli già turigidi. Con le mani si appoggia alla roccia trono. Lo sfida con lo sguardo.
A questo punto lui sorride. Ha un’erezione che è diventata visibile.
Il telefono di casa squilla, ma nessuno dei due ha intenzione di rispondere. Ormai sono dentro il momento. Lasciano gli squilli cadere e il fatto che niente valga più di quello che stanno facendo, li rende ancora più eccitati, perché sanno che l’uno per l’altra sono ciò che di più importante c’è.
Si sono detti sì, di nuovo, come quasi ogni giorno.
Lucio si sfila al volo i boxer e le sale addosso, la atterra sulla roccia trono. La schiena di Marina scivola e si sporca sull’argilla fredda. Questo le raddoppia l’eccitazione. Allunga subito una mano per prendergli il pene grosso fra le mani. E, siccome anche le mani sono sporche d’argilla, il pene si sporca d’argilla e diventa scivoloso. Lui la bacia, sul collo, attorno alle orecchie, le bacia il petto e i capezzoli, con una foga che gli viene dalla speranza, dal fatto che oggi, come in tutti i giorni in cui i galleristi gli hanno detto «ci penserò», il futuro per loro sembra migliore. Le lavora i fianchi con le sue mani grosse da scultore, che sono mani ruvide, callose, abituate a governare la materia, abituate alla fatica e agli sforzi. Glieli modella, mentre lei ancora gli tiene il pene in mano e fa su e giù con la mano, come se volesse allungarlo per portarlo a sé. Con l’altra mano, delicatamente, come un contrappunto alla sua foga di maschio, gli accarezza il sedere, una carezza rassicurante, quasi materna.
Poi Lucio scende con la bocca in mezzo alle gambe, l’interno delle cosce gli soffoca la testa. Nonostante abbia più anni di lui, la pelle di Marina è tesa. Lecca e la fa godere, lei si reclina all’indietro, cedendo del tutto all’abbraccio del trono d’argilla. È eccitante l’argilla che le scivola dietro la schiena, è come avere un altro uomo dietro. La lingua di Lucio l’è sempre piaciuta, appuntita e spugnosa e quella punta è perfetta per stimolarle il clitoride. I baffetti fanno il resto. Con una mano, Marina gli tiene la testa, gli accarezza i ricci, lo invoglia a continuare, lo spinge a sé, vuole che vada più in profondità, che quella lingua gliela ficchi dentro, fra i suoi liquidi che sono diventati copiosi.Ma forse è che ha proprio voglia di averlo dentro, di averlo tutto. Allora gli stringe i capelli, fino a quasi strapparglieli, glielo fa capire così di solito che vuole essere penetrata. Infatti lui si alza ed è subito bellissimo con quella luce, una luce che vorrebbe dipingerlo, nudo e con il pene eretto, che gli arriva sotto l’ombelico.

Marina allarga le gambe, pronta a riceverlo. Lui entra.
È caldo, grosso, scivola dentro le pareti con agilità. La pancia le stimola il clitoride, glielo sposta, lo massaggia. Lucio la bacia in bocca mentre la penetra, le bacia anche il collo, l’orecchio, di nuovo – quanto le piace quando le tiene il lobo dell’orecchio stretto appena fra i denti e le labbra – forza e dolcezza assieme.
Le spinte sono notevoli, il culo di Marina affonda nell’argilla a ogni colpo, a ogni colpo un po’ più sotto, un po’ più abbracciata a quell’uomo d’argilla che è diventato la roccia trono. Quand’è così, quando la scopa così, con quella voglia e con quell’intensità, lei che di solito non ama gemere, emetti invece piccoli acuti, sincronizzati perfettamente con i colpi. I capelli lunghi e chiari si sollevano come se Lucio fosse una folata di vento.
L’incanto, per Lucio, è fissarla negli occhi verdi mentre gode. Lo ipnotizzano quegli occhi pieni di grazia, tutto l’opposto della bestialità di cui è fatto lui, che in questo momento gli contrae il volto in espressioni animalesche. Grugnisce.
Al contrario, l’incanto per Marina è vedere quella bestia che gli sta sopra, scoprire che è sua e che sa domarla. Questo la eccita più di qualunque altra cosa: Lucio è animale solo per lei.
Appena pensa questo, Marina viene, prima che lo faccia lui, ma cerca di essere discreta, non vuole mettergli fretta, rovinargli l’orgasmo.
Ma non deve aspettare molto, alla fine del suo orgasmo, in cui ha perso per qualche attimo coscienza, si sente invasa dal liquido caldo e appiccicoso e si ritrova davanti la fotografia della faccia di Lucio stravolta dal godimento, la bocca aperta per produrre un urlo che non vuole avere limiti, come quello degli animali.
Sotto quest’urlo, di nuovo, gli squilli del telefono. Nessuno dei due vorrebbe alzarsi, vorrebbero godersi l’abbraccio stanco in cui sono finiti, il guerriero arreso sul petto dell’amazzone.
Invece lui esce e si alza, corre al telefono. Marina non è arrabbiata: sa che prima o poi avrebbero dovuto rispondere.
Lo sente parlare nell’altra stanza, dire «va bene», «certo», «naturalmente», «sì, siamo disponibili».
Lei intanto si alza, si guarda attorno in cerca di un fazzoletto, si aggira nuda per la stanza, poi ne trova uno, lo prende e si pulisce. Lui torna, sorridente, ha gli occhi che gli brillano di felicità.
«Era la galleria di stamattina», dice soltanto e ogni parola trabocca di gioia.
Allora anche i bellissimi occhi verdi di Marina brillano. Si abbracciano, si baciano. Forse ce l’hanno fatta.

Roberto Moliterni, 32 anni, è cresciuto a Matera e vive a Roma. Scrive per il cinema e pezzi umoristici e racconti erotici per alcune riviste femminili. Il suo primo romanzo è Arrivederci a Berlino Est (Rai Eri 2015, vincitore del Premio La Giara e della Menzione della Giuria al Premio Basilicata). 


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