Zahra è nata in Marocco ma vive in Italia dal suo quarto compleanno. È una ragazza di 25 anni, colta e molto bella. E musulmana, praticante. Ho sempre visto il suo viso incorniciato dal colore dei veli che indossa, da quando abbiamo entrambe 15 anni, età in cui ha deciso di coprirsi il capo.
Porta il velo con molto orgoglio, dice lei, ed è convinta che osservare un precetto di Dio non sia un sacrificio. Iniziamo l’intervista e, dato che siamo sole, scioglie il velo e mi mostra, dopo molti anni, i suoi bellissimi capelli neri.
Zahra sa che le farò tante domande sul sesso e io so che lei, di questo argomento, non parla con nessuno.
Discutiamo del suo credo e di quanto, da fedele praticante, lei percepisca o meno la sua sessualità come ‘ostaggio’ di Dio: « Il sesso prima dell’unione in matrimonio nell’Islam è assolutamente illecito, perciò è normale sentirsi vincolati», esordisce. «Quando ti innamori di una persona è normale provare certi desideri e certe pulsioni».
Zahra mi racconta che uno dei motivi per cui non si aspettano tanti anni per sposarsi è proprio questo: «Il nostro tipo di rapporto è diverso da quello vissuto dalla maggior parte delle coppie occidentali ed è vero che questo fattore ti condiziona. Ammetto che sia faticoso ma io lo accetto».
Racconta che i precetti, in linea di principio, li ha sempre rispettati: nessun rapporto sessuale completo, ma molti altri modi per conoscersi ed esplorarsi.
«Sono cresciuta con un grande senso del pudore: del sesso non se ne parla tanto, con mia madre, ad esempio, non ho mai parlato di queste cose».
Due persone che non hanno mai fatto sesso prima del matrimonio, ammette, non si conoscono così a fondo: «Sposarsi senza aver mai fatto sesso prima può costituire una sorta di ‘rischio’ nel rapporto di coppia, ma queste sono cose che poi puoi modificare nel corso della tua vita. Può capitare che sessualmente con una persona ti ci trovi benissimo ma caratterialmente le cose non vadano: questo è molto più complicato».

Quanto all’Islam, il Corano, ci tiene a precisare, «recita che il diritto ad una vita sessuale soddisfacente è prerogativa di entrambi: ‘Le uniche leggi e regole sono quelle accordate dagli amanti attraverso la mutua comprensione e spesso senza parole. Qualsiasi cosa sia piacevole sia per il marito che per la moglie è buona e giusta e qualsiasi cosa sia spiacevole è sbagliata’».
Nel libro sacro per i musulmani, così come in altri testi religiosi, però, i precetti che riguardano e spesso limitano la sessualità delle donne sono rivolti solo ed esclusivamente ad interlocutori di sesso maschile. Come mai? «A questa domanda non so risponderti con precisione», ammette Zahra. «Io sono credente, conosco il Corano ma non possiedo tutte le risposte».
Zahra prega cinque volte al giorno, fa il Ramadan ma è una giovane donna che conosce la sua contemporaneità: racconta che sono diventate migliaia le ragazze musulmane che corrono a ricostruirsi chirurgicamente l’imene oppure che decidono, per preservare la propria verginità, di avere rapporti anali anche se il Corano lo proibisce. «Vedi, questa non è più una questione religiosa, ma culturale», riflette. «Se io scelgo che la verginità sia un valore, lo faccio perché credo in Dio, non certamente per compiacere altri uomini. Se preservare la propria verginità significa farsi ricostruire l’imene per provare di essere ‘pure’ allora è in quel modo che ci si sottomette. Ma non certo a Dio».

 

La sessualità (delle donne) ostaggio di Dio

Gli interrogativi legati a quanto il sesso delle donne si possa definire realmente ‘prigioniero’ dei precetti delle tre religioni monoteiste sono tanti. Ne abbiamo discusso con Giovanni Filoramo, Storico delle religioni e docente all’Università di Torino.
Professore, in che misura nelle tre confessioni monoteiste il sesso femminile è ‘ostaggio’ di Dio?
I testi sacri, dal valore fondante per i credenti, riflettono un sostrato culturale tipicamente patriarcale. I testi biblici hanno una datazione molto complessa, ma i testi fondamentali normativi (Deuteronomio e Levitico, ndr) risalgono a livello redazionale al VII-VI secolo a.C. All’epoca non esisteva una questione di genere. Lo stesso può dirsi per i testi del Nuovo Testamento, a cominciare da quelli più antichi, come le lettere autentiche di Paolo, che riflettono la posizione subordinata della donna. Inoltre, non si può generalizzare per quanto riguarda queste tre religioni, ma occorre di volta in volta specificare.
Quali sono i precetti che regolano la sessualità nell’Ebraismo?
L’Ebraismo non ha in principio una posizione contraria alla sessualità, ma, come insegna il racconto genesiaco, invita alla procreazione, alla formazione di una famiglia numerosa, finendo per assegnare un ruolo importante riproduttivo e di madre di famiglia alla donna, che in effetti è risultato determinante per preservare l’identità ebraica in situazione di diaspora e di persecuzione.
E il Cristianesimo?
Il Cristianesimo ha una posizione in parte diversa: la grande questione è se e fino a che punto Gesù abbia fondato un comportamento ascetico. Paolo, ad esempio, dichiara apertamente che è meglio non sposarsi, ma con questo non condanna la sessualità e il matrimonio.
Per quanto riguarda l’Islam?
Il Corano ha una posizione positiva verso la donna (considerata però meramente nel suo ruolo procreativo, ndr) e la sessualità, che si spiega, come per l’Ebraismo, con lo sfondo tribale in cui è sorto e si è formato.
Come mai nei testi sacri i precetti che riguardano la sessualità femminile si rivolgono agli uomini, come se ne fossero custodi?
Le società antiche in cui questi testi sono stati prodotti erano dominate da uomini: il ruolo centrale degli uomini, a cominciare dalle figure dei ‘fondatori’ (Mosè, Abramo, Gesù, Paolo, Maometto) è lo specchio di quelle società. Con il che, non si esclude un ruolo positivo, entro questi limiti, delle donne: il Corano, contrariamente alla voce corrente, in diverse sure, le valorizza, naturalmente sempre entro i confini della cultura di cui è espressione. Anche nei testi protocristiani, oltre alla Vergine Maria, vengono celebrate le donne che seguono Gesù, le profetesse figlie dell’apostolo Filippo.
Perché la verginità è, da sempre, considerato un valore determinante?
La verginità è, prima di tutto, un valore culturale tipico di questo tipo di società, che è stato assunto da un certo filone dei seguaci di Cristo che propendevano per una lettura ascetica del suo messaggio (Gesù non si è sposato e in una serie di detti sembra prediligere gli ‘eunuchi’, cioè coloro che rinunciano alla sessualità come legame col mondo).
Esistono molte analogie tra Islam ed Ebraismo quando si parla di donne e mestruazioni: un uomo non può avvicinarsi ad una Niddah (una donna con il ciclo) se non dopo il termine della mestruazione e dopo il Mikveh, il rituale di purificazione. Analogamente, anche la religione Musulmana ‘sconsiglia’ i rapporti sessuali con la sposa durante le mestruazioni: “Evitate di giacere con le vostre donne durante il ciclo mestruale e aspettate che si purifichino prima di giacere con loro” (Sura Al-Baqara). Perché una donna deve ‘purificarsi’ dopo la mestruazione?
Questo è un aspetto che fa parte del sistema delle regole di purità descritto nel Levitico: è un fenomeno molto complesso, che è stato in parte ereditato dal più antico Islam.
E nel Cristianesimo?
Gesù sembra volerlo rifiutare: cfr. Marco 7,13 ‘L’impuro proviene dal cuore cioè dalle intenzioni, è cioè un dato etico, non da ciò che si mangia’.
Perché è la sessualità femminile ad essere oggetti di limiti e repressione?
Le risposte possono essere diverse, anche se credo che molto dipenda dal fatto che si tratti di forme di regolamentazione sovente riflesso delle culture di cui questi testi sono espressione, dal punto di vista religioso. Nel caso dell’annuncio di Gesù, il messaggio è ambivalente e non a caso è stato letto in modi diversi.