L’episodio che sto per raccontarvi risale al periodo in cui frequentavo la facoltà di Statistica all’università a Bologna, periodo che tuttora considero come uno dei più infelici della mia vita. Il passaggio dal liceo alle ‘magnifiche sorti e progressive’ dello studente fuorisede era stato disorientante e traumatico. Ero passato da essere un ragazzo solare e allegro, circondato da amici, a un personaggio trasandato, sempre con la luna storta e con una particolare avversione a instaurare nuove relazioni sociali. Saranno stati il brutto clima del Nord Italia e la nostalgia per la mia Sicilia? Il grigiume che caratterizzava (e caratterizza tuttora) la materia dei miei studi? O forse la presa di coscienza che dopo la maturità si diventa grandi e il tempo del Bengodi è finito? Probabilmente un mix di tutte queste cose. Ma sto sviando. Devo parlarvi della scarpa.

Era il 28 luglio del 2013 e avevo appena dato l’ultimo esame del secondo anno. Il voto era stato un onesto 27, ma la sensazione di felicità era smorzata da diversi fattori. Innanzitutto maledicevo gli impegni accademici del professore che avevano fatto slittare a quel giorno l’esame. Il termometro segnava 37 gradi e Bologna ormai era deserta. I miei coinquilini erano già tutti partiti, i pochi compagni di corso con cui mi frequentavo erano riusciti a dare tutti gli esami prima di me ed erano già in vacanza. Come se non bastasse, il mio aereo per Trapani sarebbe partito solo dopo tre giorni caldissimi e lunghissimi, colmi di noia. Cercai di non pensarci. Erano ormai le 6 di sera e decisi di provare a festeggiare l’inizio delle mie vacanze con un giro dei bar del centro, sperando di incontrare qualche anima viva. Mi infilai in un piccolo bar non lontano dalle Torri, da cui uscii dopo cinque ore, dieci bicchieri di rosso, quattro Montenegro e due tornei di briscola con i pensionati del posto. Non era proprio il classico mercoledì universitario, ma era stato incredibilmente divertente e spassoso. Mi incamminai verso la mia casa in via Saragozza, dove arrivai dopo un’ora di zig-zag. Entrato in casa, accesi le luci e, dato che la casa era vuota, mi misi in mutande, seduto sul divano. La camminata mi aveva fatto riprendere un po’ e decisi di fumarmi una canna per andare a letto più sereno. Presi la scatola magica dove tenevo tutto il necessario, rollai un piccolo joint e mi alzai verso la cucina per accenderlo con il fornello. Mentre tornavo verso il salotto, già molto rilassato, l’occhio mi cadde su un particolare della stanza della mia coinquilina, la cui porta era aperta.
Entrai dentro e vidi appeso alla parete un poster a cui non avevo mai fatto caso; lo aveva portato dal suo viaggio a Berlino ed era di uno di quei club underground di cui pullula la città. Era in stile fumetto e rappresentava una donna nuda che veniva presa a sculacciate con un battipanni da un pellicano. La scritta della serata recitava: «MASTERF***ERZ».

Rimasi a guardare quella buffa immagine per un po’, ridacchiando ogni tanto (quando si è fatti, queste cose incantano sempre). Sara era una ragazza molto simpatica, con lei in fin dei conti mi trovavo bene, anche se in casa  ci vedevamo poco perché lei, al pomeriggio, lavorava in un supermarket. Sotto sotto mi aveva sempre attratto.
A un certo punto, quando mi voltai per tornare sul divano, per terra vidi le sue scarpe. Era un modello di scarpa da sera, nera, con le stringhette da allacciare in dei piccoli passanti di metallo dorato. Sotto avevano la zeppa, non troppo alta. Ne presi una in mano e in quel momento mi venne un erezione. Ero abituato a vederla in casa sempre con i pigiamoni e la tuta. Solo una volta, mi ricordai, l’avevo vista uscire per andare in discoteca. Era molto bella, truccata il giusto, con un rossetto vivace ed un vestitino nero con le perline che metteva in risalto il suo seno e si abbinava perfettamente ai suoi capelli biondi. Nella mia testa il film era già partito. Mi precipitai sul divano e mi tolsi le mutande. Il mio membro era durissimo! Stetti lí a guardarlo per un attimo per poi bagnarmi la cappella con un po’ di saliva. Mi sdraiai e presi un cuscino da mettermi sotto la schiena. La vedevo in un bar, sola, vestita in quel modo dannatamente sexy che mi guardava in modo malizioso, succhiando la ciliegina del suo cocktail. Ad un certo punto la vedevo uscire, io la seguivo, la fermavo e le dicevo impaziente: «Senti, so che posso sembrare maleducato ma questa sera ti ho visto ed ho una voglia matta di scopare con te». Lei non ci pensava su un attimo ed era già con la sua lingua nella mia bocca, per poi scendere a succhiarmelo mentre si stuzzicava un capezzolo.

Poi me la ritrovavo lí, in un attico, a pecorina sul divano con il vestito ancora addosso, il suo seno fuori e il mio cazzo nella sua figa mentre la baciavo sul collo. Mi resi conto che avevo ancora la sua scarpa in mano e allora senza pensarci iniziai a strusciarla lentamente sul mio pene. Era ruvida. Feci passare le stringhette di cuoio sui miei testicoli e quella sensazione aumentò esponenzialmente la mia eccitazione. Era una sensazione fuori dallo spazio e dal tempo. La mia mano continuava ad andare su e giù ritmicamente, a un certo punto posai il tacco della scarpa sul mio ano. C’era un piccolo pezzo di metallo e me la immaginavo mentre porgeva il suo piede nello stesso punto mentre girava la testa verso di me con un sorrisetto malizioso. Io allora, in estasi, toglievo il mio pene dalla vagina e lo appoggiavo in mezzo alle sue natiche, sussurrandole dolcemente all’orecchio: «Ti dispiace se…». E lei rispondeva con una voce suadente: «Non mi dispiace affatto!». Allora io prendevo il mio dito e glielo mettevo in bocca per poi farlo scorrere bagnato dolcemente nel culetto avanti ed indietro per tre volte. Prendevo il mio cazzo e glielo mettevo dentro fino in fondo mentre la baciavo sull’orecchio. Dopo qualche minuto era ormai fatta, i miei capezzoli erano turgidissimi, sentivo che stava per arrivare uno degli orgasmi più belli della mia vita, lei era lì che gemeva ad occhi chiusi e io mi sentii esplodere. Durò molto più del solito, per poi affievolirsi dolcemente assieme ai miei occhi. Caddi in un sonno profondo.

Il giorno dopo mi svegliai nudo e ci misi un po’ di tempo a riorganizzare i ricordi della sera prima. Quando constatai ciò che avevo fatto, un senso di imbarazzo e di vergogna mi assalí. Sul divano si vedeva una grossa macchia e mi resi conto che anche la scarpa era sporca e appiccicaticcia. Preso dal panico tolsi la fodera del cuscino e la buttai in lavatrice come se fosse una bomba da disinnescare, presi dello scottex e con del sapone pulii la scarpa. Per fortuna lo sperma andò via. Mi sedetti sul divano per respirare un attimo e accesi una sigaretta, con la testa appoggiata sullo schienale guardando il soffitto. Mi calmai e ripensai alla sera prima. In fondo non era stata una vicenda così scorretta. In fondo, pensai, era stato veramente bello. L’inquisizione per fortuna non esiste più e comunque mi sarei portato il segreto nella tomba. Scoppiai in una grandissima e fragorosa risata che mi fece cadere sul pavimento a rotolarmi dal ridere. Mi sentivo veramente bene. Mi alzai e guardai fuori dalla finestra, ancora nudo con la mia erezione mattutina. Le Torri si vedevano in lontananza e quelle forme lunghe, strette ed erette verso il cielo mi facevano sentire potente e sicuro di me. La scarpa, ormai pulita, giaceva sul pavimento.
Tre giorni dopo tornai in Sicilia, arzillo e sorridente come non mai per passare un bellissimo agosto con la famiglia e gli amici.


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