cabine mare mondelloDa dove lui fosse arrivato, Simona non riusciva proprio a immaginarselo. Nei lidi storici gli ombrelloni – o la cabina – si passano di generazione in generazione, specie quelli delle prime file. Fino alla stagione precedente, accanto all’ombrellone della sua famiglia c’era quello degli Esposito, che venivano ogni anno da Napoli e facevano un sacco di casino.
Perciò, quando Simona iniziò a vedere ogni giorno questo ragazzo sconosciuto che se ne stava da solo sul lettino accanto al suo, tirò un sospiro di sollievo.  Non era il tipo di ragazzo che le piacesse: non aveva niente di speciale. Solo un paio di begli occhi e di belle labbra, ma per il resto, il fisico, era piuttosto comune. Persino un po’ di pancetta. I primi giorni, quando era ancora pallido come un lenzuolo, lo aveva guardato e, trovandolo così poco interessante, aveva smesso di notarlo.
Non si rivolgevano mai la parola. Lei restava lì a prendere il sole, con metodologia rigorosa, otto ore al giorno come se fosse un lavoro, lui andava e tornava di continuo dal mare, ogni tanto un caffè o un gelato al bar. Poi si metteva sul lettino e leggeva, riviste di politica o attualità. Qualche libro. Nessuno veniva mai a trovarlo, non parlava al telefono, solo qualche messaggio. Seppe che si chiamava Marcello, solo perché una volta, al bar, il gestore del lido lo aveva fermato. Non sapeva nemmeno da dove venisse.

Un giorno, lui incominciò a guardarla. Le guardava il culo, principalmente, quando se ne stava girata di spalle a prendere il sole. Simona aveva un culo spaziale. Importante, certo, ma perfetto. Rotondità disegnate con il compasso che si congiungevano nella strisciolina degli slip, non piccoli, ma comunque insufficienti a contenere tutta quell’abbondanza.
Simona se n’era accorta e, ogni tanto, controllava se, in quel momento, la stesse guardando. Le piaceva essere guardata con desiderio. Certe volte si metteva in pose provocanti di proposito: era un gioco, stare lì al sole tutto il giorno era bello, ma era anche un po’ un sacrificio e certe volte si annoiava. Questo di provocarlo ed essere guardata era un diversivo. Ma, mano a mano che si faceva guardare, a sua volta lo guardava e si accorse che non era così male come pensava all’inizio. Ora che il suo corpo prendeva colore diventava più interessante, si notavano di più i pettorali scolpiti, per esempio.
Una volta volle provocarlo apertamente. Era una giornata molto ventilata in spiaggia. Lei era distesa a pancia giù. Si alzò tenendosi il reggiseno con la mano, ma lo abbandonò al momento giusto, in modo che il vento se lo portasse via. Si ritrovò col seno scoperto e Marcello la guardò come se non avesse mai visto una donna prima. Lei si affrettò, ma per finta, a coprirsi il petto. Era tutto calcolato: col braccio teneva il seno in alto, in modo che debordasse. Lui si precipitò a recuperare il reggiseno, che era finito proprio ai piedi del suo lettino, e glielo restituì. Aveva tette piccole e bianche e a lui piacquero.
Anche le loro cabine, per cambiarsi, a righe bianche e azzurre, erano attaccate. Il fine giornata era diventato un momento di forte tensione erotica per entrambi: cercavano di lasciare la spiaggia sempre allo stesso momento, in modo da raggiungere le cabine assieme. Era più lui, in verità, che lo faceva: prima che questo gioco iniziasse, di solito, se ne andava prima e Simona invece restava in spiaggia finché il sole non scompariva o diventava debole.

Una volta entrarono in cabina proprio nello stesso momento, fingendo di ignorarsi naturalmente. O meglio: Marcello la guardò, ma lei voltò lo sguardo, indifferente. Entrambi, senza concordarlo, decisero che si sarebbero trattenuti in cabina più a lungo. C’era qualcosa di particolarmente eccitante nello stare accanto nelle cabine ed era il fatto che si sentissero i rumori che faceva l’altro – le pareti erano sottilissime come fogli. Sentire quando si sfilava le mutande o sbatteva un ginocchio per sbaglio, da qualche parte.
Poi il silenzio. Ed entrambi si chiedevano se quel silenzio volesse dire qualcosa, se fosse un invito a entrare all’improvviso e prendersi.
Quel giorno Marcello, dopo che ebbe finito di cambiarsi, si sedette sulla panchetta e si mise in ascolto, con l’orecchio appoggiato alla parete. Simona faceva silenzio. Doveva alzarsi? Doveva entrare all’improvviso nella sua cabina? Rimase in ascolto fino a quando sentì come un serie di rintocchi molto precisi e ritmati, dall’altra parte. Era senz’altro lei che li stava facendo, era senz’altro un invito.
Marcello si alzò all’improvviso, aprì la porta della sua cabina ed entrò immediatamente in quella di lei, guardandosi solo per un attimo e furtivamente attorno, per accertarsi che nessuno lo vedesse. Chiuse immediatamente la porta. L’unica luce che entrava era quella della presa d’aria sulla porta e si proiettava sugli occhi di Simona, grandi e dal colore indefinibile. Lo fissavano in attesa. Tutto il resto era in ombra. Ma appena gli occhi di Marcello iniziarono ad abituarsi al buio, incominciarono a riconoscere il profilo del corpo di Simona, seduta sulla panchetta. Indossava solo gli slip.

Marcello non disse una parola e si avvicinò lentamente verso di lei. Andò subito a cercare le sue labbra, erano morbide, carnose e disponibili. Lo accolsero più che con desiderio, con curiosità. La abbracciò, cingendola lungo il torso nudo: la pelle delle spalle era liscia e sudata – faceva caldo nella cabina. Si sedette sulle sue ginocchia: era abbastanza corpulenta da poter reggere il suo peso di maschio. Si baciarono con voluttà, cercandosi molto nel buio. Lui si sfilò la maglietta che aveva da poco indossato nella sua cabina. Lei gli baciò i capezzoli, facendoglieli diventare duri. Poi li morse e rise. Le piaceva giocare all’animale feroce. Rise anche lui e la baciò di nuovo. Le leccò il collo e, con le mani, le accarezzò le braccia, quasi strofinandogliele, finché non gli venne voglia di stringergliele, inchiodargliele alla parete della cabina per immobilizzarla. Ma cambiò quasi subito idea: la afferrò, la spostò e si mise a sedere al posto di lei, facendosi cavalcare. Voleva essere lui, adesso, a leccarle i capezzoli che crebbero duri fra le labbra. Lei godette: le piaceva quando le leccavano le tette; aveva un culo così importante che, di solito, trascuravano tutto il resto, concentrandosi solo su quello. Ma Marcello ne aveva anche per il culo: mentre stringeva e leccava i capezzoli, con le mani le afferrava le natiche, gliele lavorava, impastandogliele con la voglia. Era davvero un culo straordinario: era più di quanto le mani di qualsiasi uomo potessero desiderare.

Il cazzo gli diventò durissimo in quel momento. E lei, attraverso gli slip, lo percepì. Le venne voglia di prendersi il suo cazzo dentro. Lo interruppe, gli sfilò i pantaloncini e poi i boxer e, solo alla fine, si rimise a sedere su di lui, ma in modo che il cazzo la invadesse. Al buio, non poteva vedere quanto fosse grande, ma lo sentì con pienezza. Era già bagnata. Marcello incominciò a spingerla, tenendola per i fianchi, ma si accorse che quella posizione non bastava a sfamare il suo desiderio, il modo in cui voleva averla. Dopo poco, la allontanò con violenza, costringendola ad alzarsi. Si alzò anche lui e la spinse verso la parete, schiacciandola col suo corpo massiccio. In piedi, la trafisse di nuovo col suo cazzo sempre più eretto, mentre la sollevava tenendola per le natiche. Che godimento era avere quella carne in eccesso fra le mani mentre la scopava. Più glielo spingeva dentro e più le stringeva le natiche: Marcello iniziò a emettere suoni sempre più disarticolati, sfiatandoli sul collo di lei, che ogni tanto, fra un gemito e l’altro, baciava e mordeva. Lei rispondeva con altri baci, ma soprattutto morsi – erano la sua specialità. Si era aggrappata con tutte e due le braccia al suo torso, quando non lo mordeva inclinava la testa e gli offriva l’orecchio perché voleva che glielo leccasse. Le piaceva moltissimo quando glielo leccavano. Lui lo faceva, ma poi si faceva prendere da altro, dalle spinte o si perdeva nei gemiti. Ci sapeva comunque fare, pensò Simona, e la posizione era perfetta, perché, oltre a sentire distintamente tutto il cazzo dentro, fino in fondo, il clitoride si sfregava contro il pube di Marcello e questo le stava costruendo, lentamente, la struttura dell’orgasmo.
La ripetizione dei colpi era precisa e secca, implacabile: non una caduta, non una perdita di ritmo, non una stanchezza. Marcello era una macchina di desiderio e ferocia sessuale. Si vedeva che stava venendo: gli ultimi colpi si erano fatti ancora più rabbiosi, cercavano l’orgasmo, le natiche si comprimevano per dare più forza e dinamica al cazzo che, come un missile, si spingeva dentro. Anche Simona iniziò a gemere. Partiva rauca e poi diventava acuta. Mordeva. Ebbe l’orgasmo mentre gli mordeva la spalla, senza preoccuparsi se gli stesse facendo male o no.
Proprio allora qualcuno bussò. Si girarono entrambi spaventati.
Bussarono di nuovo. Solo in quel momento Marcello si accorse che stava sognando: si era addormentando mentre era rimasto in ascolto. Si alzò di fretta e andò ad aprire. Era Simona, gli chiedeva:
«Tutto bene?».

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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