La vedo tutte le mattine dalla finestra del mio ufficio: lei lavora nell’albergo di fronte alla mia agenzia di viaggi. Ho la scrivania a ridosso della vetrina, vedo tutto da lì. Fa le scale, trasporta lenzuola, sacchi neri pieni di asciugamani, carrelli su cui ci sono spruzzini, detersivi, spugne e pezze. Veste sempre di nero: una canotta aderente e un paio di leggins da palestra. Non è elegante, ma deve stare comoda; e poi, il fatto che tutte le cameriere di quell’albergo si vestano così, la fa diventare, comunque, una forma di eleganza. Tiene i capelli raccolti, che le lasciano scoperta la nuca; sono ricci, molto, di un castano chiaro che prende sfumatura diverse di colore in base alla luce.

La guardo spesso durante il lavoro, è diventato il mio diversivo, il mio antidoto alla noia: la guardo quando cammina fuori dall’albergo, la guardo quando prende l’ascensore a vetri, la guardo quando passa per i corridoi, col carrello, attraverso le finestre che si ripetono schematiche. Entra ed esce dai riquadri con un ritmo che m’incanta.
A un certo punto, deve essersi accorta delle mie attenzioni. E, con curiosità, ha iniziato a guardarmi anche lei, o, quantomeno, a controllare che ci sia e la stia osservando. In quegli sguardi c’è una punta di fastidio, un rimprovero alla mia audacia.

Durante la pausa pranzo, con le altre colleghe, si siede nel giardino dell’albergo: parlano e fumano, prendono caffè. Io sono troppo lontano per sentire le loro conversazioni, ma a volte me ne arrivano degli stralci. Più di una volta mi sono accorto che parlavano di me: lanciavano uno sguardo verso la mia agenzia di viaggi, ridevano. A volte, se lei era di spalle, chiedeva a una sua collega di guardare nella mia direzione. La collega le riferiva che stavo guardando e allora – di nuovo – ridevano assieme.

Il diversivo è diventato qualcosa di più, un po’ alla volta. È diventata una specie di ossessione: osservarla mi accende le fantasie. Vederla mentre fa sforzi fisici, il modo in cui i capelli ricci si muovono compatti assecondando i movimenti, i leggins neri che le scolpiscono le gambe e i glutei. Ha incominciato a ricambiare i miei sguardi: non solo a controllare se la stessi guardando. A volte è proprio lei che mi cerca, e accenna sorrisi a tratti teneri, a tratti maliziosi.

L’ossessione è diventata talmente morbosa che mi sono messo a guardare i prezzi per dormire una notte in quell’albergo: vivo solo, nessuno si preoccuperà se, per una notte, non torno a casa. La fantasia è quella di essere svegliato da lei, che entra per sbaglio per pulire la camera, io faccio il simpatico, la convinco a entrare e poi lei si stende sul letto, si infila tra le lenzuola, in mezzo alle gambe e…

In altri momenti mi sembra, però, un’idea folle prenotare un albergo nella mia stessa città solo per poter interagire con lei, quando, tra l’altro, potrei prendere il coraggio di attraversare la strada e parlarle, provarci.

Sto quasi per farlo: lei sta andando a svuotare un enorme sacco della spazzatura nel bidone. Darle un aiuto mi sembra una buona occasione. Sono in piedi, lì, fermo, davanti alla vetrina della mia agenzia di viaggi, con la mia giacca sgualcita, le mani dentro la tasca. Ho pronto un sorriso, ma lei non lo nota: è troppo concentrata, fa fatica a trascinare il sacco. Sto per attraversare la strada e, proprio quando faccio il primo passo, la sua collega la affianca, con un altro sacco della spazzatura. Mi gelo.

Il desiderio di conoscerla è diventato, però, irreferenabile. Non ci penso più: prenoto una notte in albergo.
Ceno nei paraggi, in uno dei posti dove vado di solito a pranzo. Mi sento ridicolo. Cerco di rallentare il più possibile la cena, anche perché dopo non saprei cosa fare in albergo, da solo. Devo aspettare la mattina, che lei venga a fare le pulizie.
Nonostante i tentativi di rallentamento, non riesco a uscire dal ristorante più tardi delle 22.
Per fortuna, in albergo, di notte, c’è un portiere diverso da quello diurno, altrimenti sarebbe stato ancora più imbarazzante se fossi stato riconosciuto come quello che lavora nell’agenzia di fronte. Questo portiere, un nero silenzioso e discreto, non mi conosce: arriva sempre dopo che io chiudo l’agenzia di viaggi, e, la mattina, va sempre via prima.
Guardo un po’ di televisione, ma alle 23 mi addormento, ancora vestito (non ho nemmeno portato il pigiama). Poi mi sveglio, di soprassalto: devo cercare di addormentarmi il più tardi possibile, per farmi svegliare quando comincia il turno di pulizie, dopo colazione. Bevo tutte le birre che sono in frigo. Mi riaddomento.

Alle 10, bussa e mi sveglia: è proprio lei. Poteva capitarmi qualunque altra cameriera dell’albergo e invece è proprio lei. Mi sento immensamente fortunato. Mi guarda, mi riconosce, si copre la mano con la bocca per trattenere una risata incredula. Le faccio segno con la mano di entrare, lei fa di no, indica fuori, come a dire che deve lavorare e che potrebbero scoprirla. Ma sembra divertita ed eccitata dalla situazione.
Io le ripeto il gesto di entrare, lei guarda di nuovo fuori, ma questa volta per controllare che non ci sia nessuno. A piccoli passi entra: è nella sua solite mise nera, i capelli raccolti. Chiude la porta.
E, nel momento in cui chiude la porta, si trasforma: non è più la ragazza imbarazzata e sorridente che è stata finora. Indossa una maschera di sensualità. Si avvicina con passi decisi. Si scioglie i capelli e una pioggia di ricci le cade sulle spalle. Poi abbassa le bretelle della canotta e la fa scivolare giù. Resta in reggiseno: ha un seno grosso, che trabocca da tutti i lati. Mette le mani dietro la schiena e si libera anche del reggiseno. Lo fa cadere per terra. I suoi capezzoli turgidi mi puntano.
«Spogliati», dice con voce ferma. È la prima volta, forse, che sento la sua voce in modo così nitido.
Io eseguo gli ordini, come un bambino. Tolgo impacciato e veloce i vestiti che avevo lasciato dalla sera prima, finché non resto nudo e indifeso nel letto.
Lei, finalmente, si avvicina. Appoggia le ginocchia sul materasso e con la testa si avvicina al mio pene. I suoi ricci mi sfiorano. Mi guarda, come a chiedermi: sei pronto? Io quasi tremo per l’eccitazione: è la fantasia tanto aspettata che si sta realizzando.
Prende il pene in mano, dalla base, mi accarezza lo scroto. Ha unghie lunghe che mi solleticano e provocano brividi. Poi, avvicina la bocca alla punta, sento le sue labbra strette e avvolgenti impossessarsene. Immediatamente, una goccia di liquido bagna la punta: sono molto eccitato. Lei deve sentirlo, deve sentire quel sapore amaro e salato. Affonda con la bocca, prendendosi tutto il pene. Inizia, con movimento regolare, ad andare su e giù con la testa. Io la afferro per i capelli, infilando le dita fra i ricci. Lei non si fa distrarre dal mio gesto di possesso. Continua, con lo stesso ritmo di prima, a succhiare e avvolgere il pene. Si aiuta con un movimento circolare della mano: stringe e accarezza la base. Poi, si interrompe, si concentra solo sulla punta: la modella con la lingua, spugnosa, sapida.
Ma ciò che mi eccita di più in questo momento è sentire i suoi capezzoli strofinarsi sulle mie ginocchia, l’abbondanza dei suoi seni schiacciarsi.
Inizia a stringere con i denti, piccoli morsi che vengono compensati dalla morbidezza della lingua. Il ritmo si fa più frenetico. Con una mano accarezza le gambe, la pancia. Sto impazzendo, potrei venire da un momento all’altro e lei lo sente, governa questi attimi con la consapevolezza di chi ha il gioco in mano.
Il pene si gonfia, pronto a esplodere. Sono proprio al limite.
Ma sento bussare. Guardo verso la porta: è un attimo doloroso di presa di coscienza della realtà. Sono ancora vestito, e la cameriera misteriosa non è letto con me. Stavo solo sognando.
«Avanti», dico.
La porta si apre.

Roberto Moliterni, 32 anni, è cresciuto a Matera e vive a Roma. Scrive per il cinema e pezzi umoristici e racconti erotici per alcune riviste femminili. Il suo primo romanzo è Arrivederci a Berlino Est (Rai Eri 2015, vincitore del Premio La Giara e della Menzione della Giuria al Premio Basilicata). 


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