Facciamo qualche passo nella chiesa deserta, è una giornata di fine estate a Roma. Io e Mirella siamo amanti regolari. Entrambi abbiamo una nostra vita coniugale, ma, almeno una volta alla settimana, cerchiamo di vederci per scopare.
Negli ultimi tempi abbiamo preso a fare qualcosa di più: ci vediamo in giro per andare al cinema, oppure a cena, quando i nostri coniugi non ci sono. Questa volta abbiamo avuto una settimana tutta per noi: la fortuna ha voluto che i nostri rispettivi partner partissero proprio negli stessi giorni. Così ci siamo concessi qualche sfizio in più, come fare una passeggiata nella Roma deserta, come stiamo facendo oggi.

Abbiamo scelto il giardino degli Aranci. La chiesa accanto è quasi sempre vuota, ma oggi è deserta. Non ci sono nemmeno le sedie o le panche, come in tutte le chiese, e questo aumenta la percezione del vuoto. I nostri passi e il nostro bisbigliare risuonano nello spazio – commentiamo affreschi e il pavimento, le colonne che quasi certamente, un tempo, facevano parte di un tempio romano. Mirella ha scelto di indossare un vestito leggero blu per incontrarmi, di quelli che non arrivano nemmeno alle ginocchia e si arricciano in onde regolari, come la carta delle caramelle. Quando si muove, c’è sempre il rischio che la velocità del movimento le faccia sollevare il vestito. Non smetto di guardarle il culo, perché spero che, questa cosa, succeda, e perché il suo culo è una delle parti che mi piace di più di lei, uno dei motivi per cui, in fondo, scopiamo. Mi dice cose che non so sui tempi romani, cose che, in fondo, non mi interessano. Mi interessa la sua bocca carnosa, come la muove, il fatto che certe vocali o certe consonanti gliela facciano storcere, in un mezzo sorriso o una mezza smorfia. Io spero che la visita finisca presto: ho voglia di andare a casa e scoparmela con una certa brutalità, non ho più voglia di vedere quadri e crocifissi, non ho più voglia di parlare di cose che non ci interessano davvero; noi due sappiamo comunicare solo, o soprattutto, attraverso il sesso.

Arriviamo in fondo alla chiesa, attraversando la navata di destra: la luce e il buio giocano fra le colonne. Ci sono delle scale che portano giù, probabilmente in una cripta che però non è visitabile: c’è un cancelletto basso, chiuso. Mirella si sporge per vedere, si fa luce col cellulare. Alzandosi, si alza la gonna. Mi avvicino a lei per sporgermi anch’io, mi viene naturale appoggiarmi al suo corpo, aderirgli. Il contatto mi eccita subito, ho un’erezione, l’intimità silenziosa della chiesa la cova, accresce il desiderio.
Con una mano, le cingo la vita: faccio ancora finta di sporgermi per vedere che cosa ci sia sotto; ma non si vede niente, solo le scale a spirale che scendono verso il buio. Quando sento che lei sta per allontanarsi, per andare a vedere un’altra parte della chiesa, le blocco la vita, con più forza e, come un rapace, le bacio repentino il collo, appena sotto l’orecchio.

«Che fai? Siamo in chiesa!».
«E allora?».
Lei ride. Insisto.
«L’hai mai fatto in chiesa?».
«No, tu?».
«Nemmeno io».
Ride, ma quando capisce che ho intenzione di fare sul serio – perché nel frattempo ho incominciato a spingere il membro contro il suo culo -, si fa più seria: assume la maschera tragica che richiede il sesso quando è fatto bene.
Le mordo l’orecchio, le mordo la spalla, la spingo contro il cancelletto, frugando dappertutto con le mani.
Ha un ultimo momento di resistenza, lancia un’ultima protesta:
«Dai, anche se non c’è nessuno, potrebbe esserci il prete. Il prete c’è sempre».
Non la ascolto, continuo ad attraversarla con le mie mani impazzite di desiderio, le stringo i seni. Ha un reggiseno morbido, liscio, senza pizzo che restituisce perfettamente le sue forme.
Starei quasi per metterglielo dentro – anche se non ho ancora provato a toccarla lì, sono sicuro che è già bagnata – quando lei mi ferma e mi prende per una mano. L’altra se la porta alla bocca, con il dito mi invita a fare silenzio. Scavalca il cancelletto e mi conduce dall’altra parte assieme a lei. Siamo all’inizio della tromba delle scale che portano alla cripta. Forse lei vorrebbe scendere, farlo là sotto, ma, avanzando di petto, la schiaccio subito contro la parete, incominciamo a baciarci. Adesso che siamo difesi dal buio lei si sente più sicura – anche se i nostri sospiri e gemiti potrebbero tradirci.

Le afferro i fianchi con le mani, è bello ritrovarli così presto dall’ultima volta, solo due giorni fa – è bello non dover aspettare una settimana come accade sempre. È bello incominciare a prendere una confidenza quotidiana con questo corpo che sento mio (lo so che è pure di quell’altro, ma come lo dà a me, con questa disponibilità arresa, non lo dà a nessuno). I fianchi sono morbidi, larghi, sono quelli di una donna del Sud, ma dal corpo esile e lavorato in palestra. La sposto e la muovo a mio piacimento, è così leggera e disponibile. Ci fagocitiamo le labbra con morsi e baci, fino a farle scomparire.
Con uno strappo furioso le tiro giù le mutandine, mi libero anch’io dagli incagli di pantaloni e boxer. La spingo contro la parete, le entro dentro e – come pensavo – è talmente bagnata che entro e scivolo subito via. Devo entrare due volte per agganciarla davvero. Lo stiamo facendo in una chiesa antichissima, in mezzo alla Storia. Mirella appoggia le sue mani sulle mie spalle, ha voglia di essere presa: la sollevo e la imbraccio, tenendola stretta per le natiche, si avvinghia con le gambe lungo la mia schiena. Così, i movimenti e la spinta si fanno più facili, più profondi. Sobbalza a ogni colpo, i suoi capelli ricci si sfilacciano per il movimento davanti ai miei occhi. Mi morde, mi bacia. Smettiamo di preoccuparci se, con i nostri sospiri e i nostri gemiti, facciamo rumore o qualcuno può accorgersi di noi.

Un movimento troppo brusco ci spinge a terra, roviniamo sulle scale – ridiamo; la paura e l’eccitazione assieme. Mirella non perde un secondo, mi cavalca subito, stabilendo una nuova posizione di comando.
È lei che decide ora, è lei che stabilisce le regole del movimento: cerca l’ondeggiamento più giusto, la circolarità sinuosa delle scosse. Cerca l’orgasmo e non ne è molto lontana: io l’accompagno solamente, raddrizzo le spinte, porto nella partita la forza, lei l’eleganza del piacere. Anche se gli spigoli delle scale sotto la schiena pungono, mi fanno male, mi distraggono dal piacere.
Ma, a un certo punto, mi perdo nella ripetizione ossessiva dei suoi movimenti circolari; è una danza del ventre, è un’ipnosi, accompagnata dal suono regolare dei suoi sospiri che si fanno sempre più rapidi. Cerchiamo insieme l’orgasmo adesso e lo troviamo, ma non voglio – non devo – venirle dentro. È la regola che ci siamo imposti dalla prima volta che abbiamo scopato assieme. Allora, anche se il suo orgasmo è in corso, appena sente il mio pene pulsare – pulsare in quel modo definitivo di quando ho l’orgasmo – si sfila rapidamente e lascia che la mia eiaculazione avvenga all’aria. Il seme si sparge sul pavimento delle scale della chiesa. Ridiamo della nostra impudenza.
Ci rivestiamo e ritorniamo su, arrampicandoci sul cancelletto. Mentre sfiliamo lungo la navata, verso l’uscita della chiesa, incontriamo il parroco, un uomo anziano e chino, che cammina a passi lenti e indossa già una sciarpa, anche se siamo a fine estate. Serissimi, lo salutiamo chinando un poco il capo, e lui risponde. Poi, pochi passi dopo, scoppiamo a ridere.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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