Avete presente quei peluche che ai bambini piacciono tanto? Quelli con su scritto «tocca qui» da qualche parte. In pratica tu tocchi lì, parte la musica e, per qualche motivo, i bambini diventano pure contenti.
Tutti abbiamo avuto i nostri «peluche-tocca-qui» da piccoli. Il punto è che crescendo quell’immagine resta dentro di noi, piantata nella nostra vagina. E la proiettiamo altrove. Sul sesso opposto, per esempio. Inutile che noi donne lo neghiamo o facciamo le pudiche. Le «dimensioni-del-suo-coso» contano e parecchio. Le mitiche tre. Lunghezza, larghezza, tonicità: almeno una di queste deve essere a un buon livello. Altrimenti è un dramma.

C’era questo tipo, per esempio, che a me piaceva un sacco. Boh, mi interessava. Non era neanche proprio «il mio tipo» (sapete, di quelli che rispecchiano il tuo ideale): era «un tipo». Uno di quelli che mi sarei fatta il giorno prima, e magari anche quello dopo. E, forse, pure quello dopo ancora. Sulla carta mi interessava. Eravamo alla sesta uscita, che per me era già un record. Perché ancora non lo avevamo fatto. E di solito la dò al secondo appuntamento. Non che sia una regola ma a me piace così. Provarlo subito, vedere che sapore ha. Continuare se mi aggrada (e restarci sotto, già dopo la prima volta, se mi incanta). Oppure dileguarmi il giorno dopo, senza dare seconde possibilità se non è andata come si sperava. Il mio primo errore è stato questo: in lui (alias «nel-suo-coso») c’avevo sperato.

Sesto appuntamento, dunque. Arriviamo. Io in ritardo, per farmi desiderare un po’ di più. Lui, puntuale, che scoppia già dal desiderio. Trabocca di voglia di me. Ci baciamo ed è subito contatto. Mi metto in punta di piedi, lui mi sbatte al suo petto. Lingua contro lingua, ad accarezzarci col desiderio in bocca. E chi mi stacca più? Sono quasi già bagnata.

«Andiamo?», mi fa.
«Guida tu», ribatto io, con gli occhi a pesce.
«Boh, cocktail sul Naviglio?».
«Ci sta».

Andiamo. Beviamo, ci guardiamo. Capisco che lo voglio, penso che «fanculo» alla settima uscita, che tanto «chi se ne frega: se a uno piaci ti ricercherà comunque anche se gliel’hai data subito». La mia amica in queste robe c’azzecca sempre. E infatti m’aveva già messo in guardia: «Guarda che se è troppo carino, tutto dolce e premuroso, c’è la fregatura», m’aveva detto per tirarmela contro. Che poi tra amiche si ride e si scherza, ma sotto sotto ce se la lancia pure. La sfiga, dico.

Uno, due, tre cocktail. Le lingue adesso non si staccano più.
«Andiamo?», mi fa.
Decido di buttarmi. «Da te, dici?»

Non parla, m’afferra la mano. Un istante dopo siamo già a metà strada. Vedo le ombre dei miei piedi che si incrociano con quelle dei lampioni. Il freddo mi assale le labbra così continuo a stropicciarle e a serrare i denti per il gelo. Non aspetto altro che arrivare da lui.

«Permesso».
«No tranquilla, non c’è nessuno».
«Ah ok, è che credevo che…». Mi blocca. Frase interrotta. Lingua contro lingua, mi ritrovo attaccata di nuovo a lui, col muro che fa da letto verticale. Ci strusciamo con decisione, la sua mano finisce lì. La infila nelle calze, mi tocca. Mi piace. Decido di restare immobile a sentirlo, di fare l’egoista, di godermela «da me». Che a lui, tanto, sembra piacere già abbastanza. Poi d’un tratto riprendo il filo.

Capisco che sono contro al muro, che non l’ho ancora toccato. Allungo la mia mano e tocco lì. Non abbastanza come vorrei, perché il jeans è stretto e ho timore di stringerlo troppo. Però lo tocco. Lui apre di più la bocca e prende fiato dentro la mia. Gli sto piacendo, gli sta piacendo. Anche il jeans adesso sembra più sottile: adesso anche io lo sento di più. La sua voglia passa lì, e io lì la stringo. Lo stringo. C’è tempo, adesso. Mi tira su la maglia, io gli sfilo via la cintura. Lui parte dall’alto mentre a me altro non interessa che il suo basso. Quel «tocca qui» che le donne vogliono.

Faccio la galante: aspetto che sia lui il primo a togliermi gli slip. Ma è ancora concentrato su altro. Sull’alto. Continua a leccarmi il seno, lo bacia, mi annusa la pelle. Ma vai giù! (penso). Mi piace come gioca con i capezzoli, mi fa sentire a casa. (Ma perché non vai giù?) Ripenso. Non ce la faccio. Ho voglia. Non lo capisce.

«Ma quindi?», e arrossisco. (Non lo capisci? Muoviti, vai giù.)
«Cosa?», risponde, con lo sguardo fisso nel vuoto (del solco della mia taglia seconda).
«Non vuoi…?»
«Averti tutta? C’è tempo». E mi mette la mano «giù-giù» e mi spinge il dito dentro. Passandomelo intorno alle labbra, guadagna il suo tempo. Io comincio a venire. «C’è tempo» – sussurro a eco. Stavolta mi bagno sul serio. Tutta, senza «quasi». L’eccitazione sale, non penso a nulla se non a quando lo avrò. «Basta, facciamolo». Mi esplode la voglia. Non aspetto più. Al diavolo la galanteria quando diventa un’attesa dei sensi, una tortura del desiderio. Gli tiro giù la zip, mentre lui con la mano sinistra mi ferma.

«Che c’è che non ti piace?» – mi fa.
«Mi piace ma…»
«E allora godi», e sposta la mia mano dalla zip sulla sua vita. Non posso fare a meno di venire. Ma perché mi tiene lontano? Dovrebbe piacergli avermi tutta… Non mi trattengo più. STOP.

«Dai, fammi fare», ribatto. Con un colpo secco, gli tiro giù i pantaloni, infilo la mano nelle sue mutande e lo tocco lì. Questione di un attimo. Ma per deludere basta un istante. Lui allora riprende a toccarmi con un ritmo diverso: si vede che qualcosa lo turba. Che ha previsto come andrà a finire. Un anulare. Su per giù. Ha un anulare come «coso».
Non posso crederci. Esistono anche peni così e uno di loro sta toccando proprio a me. Esterrefatta, non vengo più. Preliminari finiti in sostanza: resta la pratica da sbrigare. Fingo ancora un po’, mentre penso a come svignarmela con nonchalance. Continuo a toccarlo lì e (non può essere che sia così, piccolo e molle!) abbasso la testa per non incrociare il suo sguardo.

Sono ancora attaccata al muro. Lui recupera il ritmo col dito e incalza, stile mini-pimer. Ma delle passate, a questo punto, la mia vagina non ha più voglia. Delicatamente mi scosto. «Dai, bello». Mi fermo. Sto mentendo, lo avrà capito. Mi guarda, sperduto. Ha gli occhi colpevoli di chi sa di non valere abbastanza e di avercela messa tutta. Ma io non sono una santa, sono una stronza. E a me piace avere più il sesso perfetto del partner perfetto. Se proprio devo scegliere.

«Mi sa che devo andare…».
«Vuoi che ti accompagno?», mi chiede, come se nulla fosse.
«No beh, c’è la mia amica nei paraggi. La chiamo e mi passa a prendere lei. Tempo di rivestirmi». Si tira su i pantaloni e mi accarezza la frangia, scostandomela dagli occhi. Ci sa fare, con le mani e con le parole. «Sei bellissima». Eccolo qua: il contentino finale. Avrei preferito altro da quella volta. Decisi comunque di stare al bacio finale, che ormai mi faceva più senso che sesso. Uscii dalla porta con la promessa di non varcarla più.

Qualche giorno dopo mi scrisse. Io non risposi, lui sparì. Non ci mise molto a rassegnarsi: non era stato «abbastanza». In quei giorni elaborai delle considerazioni. Da che mondo è mondo, ogni uomo ha il suo pene. E il mondo adulto, si sa, è pieno di sorprese e insidie. C’è il «tocca qui e sei mia», di quelli che ti stregano a letto e che vorresti sposare subito. E il «tocca qui e scappa», di quelli che ti fanno pentire di esserci andata. A me è capitato il secondo.

Qualche mese dopo ebbi, comunque, una sopresa più grande. Lo beccai all’uscita di un locale sui Navigli. Era con un’altra.
«Quanto tempo! Ti presento la mia ragazza». Rimasi stupita di me stessa. Fu la prima volta in cui non invidiai una con la quarta. Per lo meno sul momento. (Fu il mio secondo pensiero, lo ammetto). Ma il primo fu: «Poveretta, lei? Come mai non è scappata?».


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