Ci avevamo provato a casa mia, mentre i miei erano in vacanza: ma era stato un disastro. Ero venuto prima ancora di incominciare. Veronica aveva riso, ma senza prendermi in giro: lo aveva fatto con tenerezza. Poi i miei sono tornati dalle vacanze prima del previsto – mia nonna è stata male – e non abbiamo potuto riprovarci nei giorni successivi. In un certo senso, mi sentivo sollevato: avevo paura di sbagliare di nuovo.

Una mattina, però, Veronica mi ha detto: non prendere impegni oggi pomeriggio. Era un venerdì, pochi giorni dopo sarebbe incominciata la scuola. Nella nostra città c’è una spa, con una piscina privata scavata dentro una grotta che si può affittare a ore. Ha l’acqua calda, come nelle terme antiche che studiamo a scuola. Veronica mi ha portato lì: poco prima delle cinque, mi ha telefonato per dirmi «portati un costume».
È stato bellissimo vederla in costume: non siamo mai stati al mare insieme. Il suo fisico morbido, il suo seno sodo mi ha subito aperto immaginazioni calde, e mi sono eccitato e me ne sono però vergognato. Primo perché avevo paura che si vedesse attraverso il costume, secondo perché avevo paura che succedesse di nuovo come a casa, che venissi subito.

Tenendomi per mano, mi ha condotto in acqua: era calda, siamo stati avvolti da una coperta liquida, che ci ha progressivamente sommersi fino al collo. Appena l’acqua si è fatta più profonda, Veronica si è lanciata nella piscina, invitandomi a seguirla con uno sguardo un po’ ammiccante, un sorriso accogliente. Mi sono lanciato anch’io e l’ho raggiunta, l’ho subito afferrata e abbracciata. Ho scoperto che nell’acqua, i corpi, prendono una consistenza diversa: si fanno più scivolosi ma forse la parola giusta da dire sarebbe ‘facili’. I corpi, nell’acqua, diventano facili. Si azzera la distanza, si azzera l’attrito. L’ho baciata. Sapeva di mele e di cloro, quello che avevamo preso dall’acqua. Le nostre labbra erano morbide, più morbide del solito. Galleggiando, l’ho spinta dolcemente verso le pareti cavernose della piscina. Mentre la spingevo, abbiamo continuato a baciarci, le tenevo la testa dalla nuca, nella parte più morbida, dove le ossa sono quasi marmellata, i capelli appena bagnati fra le dita. Il suo seno premeva sul mio petto, il mio pene spingeva contro di lei, fra le gambe. È stata lei a prenderlo con la mano e a infilarselo dentro, scostando la mutandina del costume. È entrato come se fosse la cosa più naturale del mondo, le sue pareti sembravano fatte per accoglierlo. Ma era come se non entrava tutto. Era come se ci fosse una parete oltre la quale non riuscivo a spingere. Allora ho forzato, ho stretto le natiche per favorire spinte più profonde. Sentivo che lei si stava facendo male, stringeva i denti e sopportava e forse era quello che i miei amici, volgarmente, chiamavano ‘sverginare‘. Mi sono sentito orribile, ma allo stesso tempo mi piaceva quella dose di potere, quella dose di forza che scoprivo di avere, anche quella di farle un po’ male. Mi sono sentito adulto. In più, sentivo che ancora potevo resistere, ancora potevo continuare senza avere l’orgasmo.

L’ho stretta forte per i fianchi, erano larghi e ancora scivolosi per l’acqua. Erano belli, morbidi, abbondanti. Mi sentivo forte e vedevo che Veronica era impressionata dalla mia forza: era impressionata e intimorita, ma allo stesso tempo anche lei si sentiva potente, sentiva che mi stava trasformando in un uomo. In mezzo al dolore, poi, sentivo che provava piacere.
A un certo punto, è come se il ritmo si fosse impossessato di me, è come se non fossi più io a comandare e a decidere quante spinte dare e come, è come se lo decidesse in autonomia il mio corpo, in base al bisogno urgente di possederla. Ho spinto sempre più forte e sempre più veloce, e abbiamo incominciato a gemere e poi è stato come se quella parete dentro di lei non ci fosse più. Come se fossi riuscito ad arrivare fino in fondo, a entrare tutto, e lei ha sofferto moltissimo, ha stretto i denti, quasi piangendo, e ha tirato giù un gemito profondo e liberatorio. Io ho avuto un orgasmo, senza timori, senza paura che fosse troppo presto o troppo tardi, eravamo congiunti in quel momento: non sapevo però se l’avesse avuto anche lei.

Mi ha abbracciato, mi ha dato molti baci ma poi si è preoccupata di vedere se ci fosse del sangue nell’acqua, ma non c’era. Mi sono chiesto se allora non fosse vergine come mi aveva detto – i miei compagni mi avevano riferito che tutte le volte che una ragazza perde la verginità le esce del sangue – ma non era il momento di chiederglielo. Le ho chiesto solo se le fosse piaciuto, se era felice di aver fatto l’amore con me per la prima volta e lei mi ha detto «sì». E mi ha abbracciato e baciato di nuovo, aggrappandosi con tutto il peso delle sue braccia al mio collo. Era  come se non fosse soddisfatta e, allo stesso tempo, era come se si sentisse sollevata, come se si fosse tolta un grande peso, ma era felice. E se, fino a un attimo prima, la vedevo già come una donna adulta, adesso mi sembrava di nuova una bambina, e cercava conforto e sicurezza.
Siamo rimasti nell’acqua a giocare per tutte le due ore che avevamo prenotato. E poi siamo usciti leggeri negli accappatoi che ci avevano dato alla reception e ci siamo baciati ancora, molte volte, anche quando passeggiavamo ormai nella città mano nella mano.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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