Ci conosciamo da un po’ di anni, ma non così bene. Ci perdiamo e ci ritroviamo in giri di amici, scopriamo di avere una grande passione comune: i viaggi avventurosi, in posti lontanissimi, ma anche accanto, nella nostra bella Italia. Parliamo per un po’ su Facebook, lo diciamo quasi scherzando: un viaggio insieme. Lui a me piace. Siamo entrambi single. La prima cosa che penso è che voglia fare questo viaggio per provarci e la cosa, francamente, non mi dispiace. È da un po’ che non sono fidanzata e mi manca il contatto fisico con un uomo.

Organizziamo il viaggio, decidiamo di andare in Umbria, non troppo lontano da dove stiamo noi. Forse, entrambi, abbiamo paura di come possa andare il viaggio, in fondo ci conosciamo poco e i litigi in viaggio sono quanto di più pericoloso ci possa essere, soprattutto quando ci sposta in condizioni estreme. Meglio allora stare vicini. Andremo in moto, la sua, e in tenda, la mia. Dormiremo nei boschi o dove capita. Questa dimensione dell’avventura ci eccita tantissimo, già solo ora che la stiamo pianificando.

Partiamo che ci sentiamo leggeri, come due ragazzini alla prima vacanza dopo la fine del liceo, gli esami di maturità. C’è molta, inaspettata, confidenza fra noi: durante il viaggio parliamo fittissimo, raccontandoci tutte le cose che ci piacciono e non ci piacciono, del nostro odio per quel modo di viaggiare sempre dentro la comfort zone. A noi piace il rischio, l’avventura, il pericolo. Il sesso con lui deve essere fantastico, penso mentre lo abbraccio per la troppa velocità, e sento il suo corpo enorme sotto le mie braccia. Ha qualcosa di brutale, anche nell’odore.
Eppure, la prima sera, quando finalmente arriviamo in un bosco a pochi passi da Assisi, non succede nulla. Dormiamo nella stessa tenda, a pochi centimetri di distanza. Da quando siamo entrati abbiamo praticamente smesso di parlare, se non di argomenti utili e funzionali: «preferisci questo o quel lato?», «spegniamo la luce?», «a che ora mettiamo la sveglia domani mattina?». Poi, appena spegniamo la lanterna, cala il silenzio da cui affiora un suo pavido «buonanotte». Rispondo anch’io «buonanotte» e spero che non si percepisca il mio fastidio, la mia delusione.

Il secondo giorno vediamo Assisi, facciamo un’escursione nel bosco che fu di San Francesco, ci dirigiamo verso Gubbio, ma per strade sterrate, perdendoci, fermandoci in paesi sconosciuti di pochi abitanti che ci guardano come alieni capitati sul loro pianeta. Mangiamo bacche nel bosco, beviamo dalle fonti sui crocevia che furono dei pastori erranti. Alla fontana, cadiamo nella tentazione di farci stupidi scherzi con l’acqua, ne usciamo tutti bagnati. Io ho una maglietta bianca e senza reggiseno. Il freddo mi inturgidisce i capezzoli. Spero che non se ne accorga, penso. Oppure spero che se ne accorga, che me li guardi. Sarebbero così turgidi anche se me li toccasse lui. E infatti se ne accorge. Mi strizzo la maglietta, fingo di coprirmi imbarazzata, ma il suo sguardo mi eccita, mi attraversa la schiena: i capezzoli restano più a lungo duri anche per questo.
Ma anche la seconda notte non accade nulla. Si ripete, identica, la scena della tenda. «Buonanotte», «Buonanotte».

Il terzo giorno del viaggio decidiamo di andare verso Foligno, la città devastata dal terremoto e ora ricostruita. Ma partiamo in ritardo, la moto ha un problema, verso pranzo dobbiamo ancora arrivarci. Vediamo, in fondo a una traversina della mulattiera che stiamo attraversando, un casale. Finora non abbiamo incontrato altro e temiamo di non incontrare altro per chilometri, fino a Foligno. E abbiamo moltissima fame. Concordi, decidiamo di dirigerci verso il casale: ci faremo offrire qualcosa dai contadini.
Passiamo in mezzo a campi coltivati, vigneti, la polvere dietro la moto si solleva e lascia una nuvola lattiginosa.
Quando arriviamo al casale non c’è però nessuno: è stato abbandonato da tempo e giace in uno stato di fatiscenza; muri scrostrati, finestre cadenti, cancelli arrugginiti. Qualcuno, recentemente, deve averlo usato come rifugio per qualche notte oppure per farci delle feste fra ragazzi – ci sono i segni di un fuoco e birre vuote e preservativi. Entriamo, incuriositi. L’unica illuminazione è quella delle finestre, così camminiamo in mezzo a isole di ombra e di luce, ogni tanto sentiamo dei rumori, piccioni le cui ali frullano sopra le nostre teste o tubano. Sono stati lasciati anche alcuni mobili che parlano di una storia contadina che non esiste più. Nonostante la decadenza, è un posto estremamente affascinante, un tempo doveva essere stato anche fastoso e si percepisce ancora il calore di pranzi e cene affollate, di commensali stanchi segnati dai ritmi della vita di campagna. Ogni tanto ci guardiamo, ci sorridiamo, come per rassicurarci. Ma quel luogo crea una strana intimità attorno ai nostri corpi: è come se li legasse con un magnetismo ancestrale, che viene da molto lontano nel tempo. Per un po’, lo perdo di vista. Procedo da sola nell’esplorazione delle stanze vuote. I passi rimbombano. Mi lascio affascinare da un camino ormai da molto tempo in disuso, in quella che doveva essere la cucina.

All’improvviso lo sento alle spalle, e poi le sue mani che mi cingono i fianchi fino a congiungersi sulla mia pancia. La sua bocca che si appoggia sul mio collo, un bacio, dato con lentezza, che risale verso l’orecchio, le labbra morbide accolgono il lobo e lo inglobano. Le mani anche risalgono, verso il seno, lo stringono. Sento il membro duro spingere contro il mio sedere. Mi lascio sfuggire un sospiro di eccitazione: è quello che desideravo da quando siamo partiti, nel momento meno atteso. Un brivido mi fa vibrare. Lascio che ancora mi possegga e controlli col suo corpo da dietro, che mi rimoduli con movimenti sinuosi e potenti, sollevando e abbassando il mio corpo, cercandomi – ormai ovunque – con le sue mani e la sua bocca. Mi attraversa come una scossa di elettricità – e non dice niente, soltanto mi vuole. Mi basta questo. Poi, con un gesto repentino e deciso, mi spinge la schiena in basso, mi costringe ad appoggiarmi con le mani sul grande tavolo della cucina, ricoperto di polvere che ora si solleva. Un altro sospiro di eccitazione: so cosa sta per aspettarmi e mi piace. Non ho il coraggio di girarmi, di guardarlo in faccia, non ho il coraggio di vedere che faccia ha la bestia che sta per possedermi. Con la mano cerca l’abbottonatura dei miei jeans, la apre, abbassa i pantaloni: ho solo gli slip adesso. Ma anche quelli hanno vita breve. Sento già il suo membro infilarsi fra le cosce, entrarmi dentro: sono bagnatissima, è un’entrata facile – fin troppo. Non riesco a immaginare quanto ce l’abbia grande, ma sento che mi riempie totalmente, aderisce completamente alle pareti cavernose della mia fica, le forza per farsi spazio. Poi, incomincia la spinta. Uno, due, tre, quattro colpi, sempre più violenti, in crescendo. Non sono solo colpi alla mia vagina, sono colpi a me tutta, mi spostano, mi fanno balzare in avanti, come un procedere di treno, a singhiozzi. Ma resto ferma, aggrappata al tavolo, devo stringermi forte per non cedere. Cerca, con la mano, il clitoride: lo trova turgido e bagnato, è facile per lui scivolarci con le dita, farlo vibrare di tocchi precisi e ripetuti, che seguono il ritmo dei colpi da dietro.

Lui non geme, io sì. È come un canto disperato il mio, è come un pianto allegro la mia voce spezzata dal tamburo della sua penetrazione ossessiva. Adesso il cazzo lo sento grosso, lo sento come un’invasione. Guardo davanti a me: c’è il camino ma la sua visione è spostata, sfuocata. I capelli mi vanno davanti. Ogni tanto devo riaggiustarmeli, riportarmeli indietro, nei pochi istanti di quiete che mi resta fra una spinta e l’altra. E intanto la sua mano mi fruga: ha dita grosse, da contadino, che sanno però trovare la delicatezza giusta per lavorare il mio piacere, farlo montare. La verità è che temo che eiaculi dentro di me; o forse ne ho la speranza. Lo voglio tutto in questo momento, voglio anche il suo seme e non m’importa se è un rischio, ma non venivo posseduta così da tempo, non desideravo che un uomo mi attraversasse così non mi ricordo più nemmeno io da quando.
Il suo cazzo pulsa, sta per venire. Le sue dita si muovono, scendono verso l’ingresso della vagina e quando decide di infilarle dentro, assieme al pene, e la allargano, io perdo il controllo e urlo, le mie labbra tremano di godimento, un filo di saliva lega il labbro inferiore e quello superiore. Solo ora lo sento gemere, ma sarebbe più corretto dire grugnire: il suo corpo libera un’energia di potenza smisurata, gli ultimi due colpi sono la scarica di una tempesta, lascia la fica, mi afferra i fianchi e mi spinge spostandomi di diversi centimetri. Sento lo sperma liberarsi nel mio corpo. È una vera e propria liberazione per entrambi. Non l’ho guardato per tutto questo tempo, l’ho solo sentito, alle mie spalle. Mi accascio sul tavolo, sfinita, e lo sento appoggiarsi su di me, seguendo la curva della mia schiena. Il suo corpo è enorme e rassicurante, è come la pelle di un orso che posso indossare solo io.

Restiamo in silenzio per secondi, forse minuti, non ci diciamo niente. Come potremo ora riprendere il viaggio in amicizia serenamente? Come potremo fare finta di niente? Non lo faremo, quel giorno e nei giorni a venire continueremo a scopare come due disperati che hanno bisogno del corpo dell’altro per trovare rassicurazione in mezzo ai rischi e ai pericoli della natura. In mezzo all’avventura della vita.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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