D’estate, s’incontravano casualmente al parco, davanti a una grande voliera. Un tempo era l’attrazione dei bambini, adesso è l’arena di fantasmi.
Lei: venticinque anni, l’aria da intellettuale, un paio di occhiali a forma di gatto, i capelli raccolti in un chignon per sopportare meglio il caldo. Leggeva un libro, con aria distratta: la gente attorno al parco era più interessante, soprattutto lui che stava seduto sempre sulla panchina di fronte, a non più di dieci metri.
Lui: qualche anno in più di lei, di sicuro più di 35. Sopra le orecchie ciuffi di capelli bianchi mischiati a quelli neri. Stava lì con un cane, un paio di pantaloncini corti, ma non gli stavano male, militari oltre il ginocchio, e una maglietta verde scuro. Ascoltava musica, mentre il cane se ne stava accucciato ai suoi piedi. La guardava e la spogliava con i suoi occhi neri e profondi. Non era tanto uno che si fa problemi ad apparire audace o invadente: se una gli piaceva, la guardava. Viveva solo, con il cane, a due passi da lì, non si era mai legato a nessuno, pare.
Di lei era difficile immaginare qualcosa, dove viveva, con chi, se fosse una studentessa universitaria, se stava sola o con altri studenti o con il fidanzato.
Quando lui la guardava se lo chiedeva, ma si chiedeva soprattutto come avrebbe scopato. Era convinto che, con quell’aria intellettuale, avrebbe scopato benissimo.

L’appuntamento casuale al parco era diventato un piccolo rito fra loro. In qualche modo si aspettavano: aspettavano di vedersi. Se l’uno non c’era, l’altra si chiedeva quando arriverà. Se l’altra non c’era, l’uno si guardava attorno, ma con discrezione, per paura che arrivasse proprio in quel momento e lo scoprisse interessato. Le ultime volte si erano scambiati un timido saluto quando si sono visti. Poi lei ha ripreso a leggere, lui ad ascoltare musica e hanno smesso di considerarsi, se non di nascosto, in segreto.

Un giorno lui è andato via prima e lei si è accorta che sulla panchina c’era un bigliettino. Non è andata subito a prenderlo, ha aspettato che lui sparisse oltre il viale che porta all’uscita del parco. Dopo, ha aspettato qualche minuto ancora: non voleva che la gente pensasse a qualcosa di losco, uno scambio strano di quelli che si vedono nei parchi. Solo che poi una coppia si stava avvicinando e, temendo che si andassero a sedere proprio lì, si è alzata ed è andata a raccogliere il bigliettino. L’ha preso ma non l’ha letto. L’ha chiuso in un pugno ed è andata avanti, facendo finta di niente.

Quando non c’era nessuno attorno, più in là nel parco, vicinissima alla voliera, l’ha aperto. C’era scritto: «Se vuoi, vediamoci alla voliera stanotte all’una». Lei ha riso e ha pensato subito: questo è pazzo. Ha accartocciato il biglietto e l’ha buttato nel primo cestino che ha incontrato verso l’uscita. Poi è tornata a casa, infilando un passo dopo l’altro, un pensiero dopo l’altro: era chiaramente una proposta assurda e sconsiderata. Ma la divertiva. E poi: si sentiva voluta. Lei che indossava quegli occhiali da gatto, che leggeva quei libri, poteva entrare nell’immaginario erotico di un uomo così scafato. La divertiva. Forse in un modo che lei stessa avvertiva come pericoloso.

Adesso è a casa. Il suo fidanzato alla play, i coinquilini gay a litigare per una foto su Facebook. Poi la cena. «Cos’hai fatto oggi?», il rumore delle posate sfregate contro il piatto vuoto per raccogliere l’ultimo cibo, la birra della Lidl, la luce a risparmio energetico della cucina sopra le loro teste, il balcone aperto, le voci e le televisioni fuori. Alle 11 il suo fidanzato è già addormentato: troppa birra. Fa caldo, lei non ha sonno. Sta pensando: quanto è audace e sicuro di se stesso quest’uomo da non prevedere nemmeno un rifiuto. Non le ha lasciato, per esempio, un numero a cui scrivere «va bene vengo» o «no, non vengo». Ha dato per scontato che lei ci andasse. Oppure è uno scherzo. Molto probabilmente è uno scherzo e anche pericoloso. Perché in quel parco, di notte…

A mezzanotte e mezza lei ancora si gira e si rigira nel letto con il suo pigiamino leggero, i pantaloncini corti: uno spreco quel culo per qualcuno che dorme. Uno spreco star lì ad aspettare, che cosa poi? L’abitudine. Il fidanzato, intanto, ha incominciato a russare. Basta. Si alza, si leva i pantaloncini, si mette un pantalone aderente verde militare che le fascia bene il sedere, una canotta nera. Non ha mai fatto niente di veramente pericoloso in vita sua. Si mette persino le lenti a contatto.

Roma di notte è comunque una tigre, ma ognuno pensa che sia solo sua e che si possa dominare: di giorno è una città di tutti, troppi. Attraversa strade dove non passa nessuno, o solo qualcuno, eppure ovunque ci sono tracce di una vita ancora pulsante. Locali lontani, party nelle case. Ma alla voliera non c’è nessuno. Il parco è completamente buio. Era uno scherzo, era soltanto uno scherzo e lei, come una stupida, ci è cascata in pieno. Adesso ha paura: la delusione le ha spento l’adrenalina e il coraggio. Si guarda attorno: vede solo nero, qualche pallida fronda, un nero pieno però di rumori oscuri come sa farli la natura di notte.
Sta per andarsene quando una figura si muove nella voliera, batte le dita contro la rete. Lei alza lo sguardo spaventata. È lui. Dietro la voliera, la inquieta un po’ ed eccita allo stesso tempo: è come un animale in gabbia pronto al pasto.

Lei si avvicina. Si avvicina moltissimo. Si guardano attraverso la rete. Gli occhi di lui, di notte, sono bellissimi di notte, sono l’essenza stessa della notte: intimità e trasgressione. Le abbozza un sorriso sardonico. Come a dirle: «Alla fine l’hai trovato il coraggio, eh?». Anche lei sorride e le esce un sorriso di malizia inaspettata, uno di quei sorrisi che normalmente, di giorno, nei contesti che di solito frequenta, non sa fare. Poi lui si piega, lentamente, senza farle paura, e con la lingua, attraverso la rete, inizia a leccarle il capezzolo che si è fatto turgido per il freddo e l’eccitazione e da un po’, senza che lei lo voglia, le spunta dal top. Forse questo non l’ho detto, ma lei ha scelto di non indossare il reggiseno: è la notte delle trasgressioni. La stoffa si bagna di saliva. Lei abbandona le difese. Lascia scivolare la borsetta che si è portata. Per eccesso di prudenza ci ha messo dentro anche lo spray al peperoncino. Lui continua a leccarla, ed è lei stessa ad abbassare il top con un gesto improvviso di liberazione. Scopre delle tette bianchissime che fanno contrasto con il resto del corpo dorato dal sole. Adesso lui tiene il capezzolo in bocca e lo lavora con la lingua. Lei si schiaccia contro la rete, per farlo entrare meglio nella bocca calda e umida. La pancia aderisce completamente alla voliera. E con le dita lui gliela sfiora. Con le dita lei gli tocca la fronte. Vorrebbero essere delle carezze, ma la rete le impedisce di dare una forma più complessa di un semplice contatto a quel gesto.

Gli uccelli notturni del parco fanno sentire il loro lamento, all’improvviso. Lei si guarda attorno, poi si sbottona i pantaloni. Nemmeno le mutande ha indossato. Fa scivolare tutto giù. Lui si stacca dalla rete e fa qualche passo verso la porta, per aprirgliela: è un invito a entrare. Lei lascia i vestiti lì dove le sono caduti. Le sono rimaste soltanto le scarpe. Anche questo forse non l’ho detto: ha scelto delle Converse basse e bordeaux, quelle che indossa più spesso d’estate. Così, nuda si avvia all’ingresso con le sue Converse. Lui è sulla porta e, come un maggiordomo, gliela tiene aperta.

Si scambiano uno sguardo, l’unico prima di iniziare. Non è più ironico, è serio, tragico, teso: ha, dentro, tutto il dramma che deve caratterizzare la passione, quella vera. Lei fa qualche passo dentro la voliera, senta la porta cigolare alle spalle, infine chiudersi.
Un attimo dopo, lui le è già addosso. La spinge con forza brutale, di desiderio antico, primordiale, contro la rete della voliera e tutto trema. Si sbottona i pantaloni e in un attimo le è dentro. Il suo pene la invade: è corto e grosso ed è costretta ad accoglierlo con un gemito, le fa male anche se è bagnata. Vorrebbe opporsi, ma, in fondo, si dice, le piace: è andata lì per quello, è andata lì per superare ogni limite quella notte. Lui la afferra per i fianchi, la tiene per i fianchi larghi e spinge. Spinge con una furia bestiale. Le tette si graffiano contro la rete della voliera. Ogni colpo è un acuto che le sfugge dalla bocca contratta per liberare energia. Si aggrappa con le dita alla rete. In un atto di ancora più feroce brutalità, le afferra il collo con i denti, le lecca l’orecchio, le dice, invece, in un moto di dolcezza inaspettato, «sei bellissima». E lei si eccita: il liquido vaginale scivola copioso sul pene che pompa sangue.

Poi lui la riaggiusta, comanda la nuova posizione: il culo un po’ più indietro, per prendere meglio il cazzo dentro, la schiena incurvata, la testa bassa, gliela tiene lui afferrandola per la nuca. L’altra mano ancora sul fianco a tenerla bloccata. E spinge, spinge, spinge fino a scavarla, con ritmo crescente, battuto dallo scroto che le sbatte contro, fra le gambe. Lui allora si adagia sulla sua schiena con il petto, la copre come la pelle di un orso, e, se, con una mano, le afferra una tetta, quasi aggrappandosi, con l’altra scivola fino al clitoride coperto in mezzo ai peli sottili della sua fica. Il clitoride è turgido e le dita ci scivolano sopra con agilità, forse persino con grazia. A quel punto, lei inizia a urlare. Gli dice «sfondami tesoro, chiunque tu sia». Un attimo dopo averlo detto, si sorprende di quello che ha detto. È come se non fosse stata lei a parlare, ma una bestia nascosta da anni nella sua pancia. Lui accoglie il suo ordine e, a questo punto, i colpi si fanno più profondi e violenti, il ritmo delle dita sul clitoride sempre più preciso e veloce. Le libera la tetta per accarezzarle la schiena con i polpastrelli, delicatamente: un gesto di contrappunto rispetto alla furia che si sta bruciando in mezzo alle sue gambe.

All’improvviso, sfila via il pene e la gira. La sbatte di nuovo contro la rete della voliera. Questa volta sono di fronte. Le va addosso, la bacia. Ritorna dentro col pene, le alza una gamba per farlo entrare meglio, la tiene per le natiche. E ricomincia. Un colpo dopo l’altro. Questa volta è il pube di lui che si struscia contro il clitoride. E in più c’è la morbidezza confusa dei baci, le lingue e le labbra che si mischiano. Sentire il suo corpo massiccio che la schiaccia contro la rete è quanto di più eccitante lei abbia mai provato. Così come il contatto del suo petto con i suoi capezzoli. «Scopami, stronzo, scopami», ripete. Non le importa più se a dirlo è lei o la bestia dentro di lei. Vuole l’orgasmo. Con la mano cerca il suo ano, ci gira attorno col dito, minacciando un ingresso. Questo gesto audace lo scatena: ha capito che davanti a sé ha una bestia come lui e si lascia andare, definitivamente. Ogni spinta fa tremare adesso l’intera struttura della voliera, che cigola. Lei geme, lui gli mette violentemente una mano sulla bocca per farla tacere, lei gli allontana la testa, ripagandolo con la stessa violenza. E questa lotta improvvisata li libera: iniziano entrambi a urlare, come scimmie nella foresta, assecondando l’orgasmo, e gli ultimi attimi sono di spasmo, di corpi che sbattono l’uno contro l’altro, proprio come uccelli che si dimenano per scappare da una voliera. Poi si accasciano, scivolano entrambi per terra, in mezzo all’erba e a nessuno dei due importa che si stiano sporcando. Si abbracciano, come due sconosciuti, si concedono tregua.

Solo poi, a mente fredda, mentre starà per aprire la porta di casa, e saranno ormai le tre e mezza del mattino, lei penserà che ha accolto lo sperma di uno sconosciuto dentro.

Ettore Giovenale è lo pseudonimo di uno scrittore di romanzi e racconti, rubriche e storie per riviste femminili. Questi sono i resoconti delle sue avventure notturne.


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